Piovere: ausiliare essere o avere?

Ciao a tutti!

Nel nostro nuovo post cercheremo di chiarire un dubbio molto ricorrente tra gli studenti stranieri (e non solo!): il verbo piovere si coniuga ai tempi composti con l’ausiliare essere o avere?

Se avete già consultato qualche dizionario, avrete letto che piovere è un verbo difettivo, cioè, non viene coniugato in tutte le persone, soltanto alla 3a singolare e plurale di tutti i tempi e modi: piove (ind. pres.), piovve, piovvero (pass. rem.).

Pioggia, Nubi, Meteo, Scommessa Ricon, Icona, Piovoso
Ieri ha piovuto per 3 ore.

Nell’uso intransitivo impersonale, con il significato di “cadere della pioggia dal cielo“, forma i tempi composti sia con l’ausiliare essere sia con l’ausiliare avere: ieri ha/è piovuto tutto il giorno. In tutti gli altri casi, quando piovere NON è usato con valore impersonale ma figurato o traslato, dovrà formare i tempi composti con l’ausiliare essere:

  • Quando Anna si è laureata, sono piovuti auguri;
  • Dopo quelle dichiarazioni, sono piovute critiche da tutte le parti;
  • Maria è piovuta (è apparsa) a casa mia alle 5 del mattino.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

Bibliografia:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. DUCI, Gianfranca e DI ROSA, Silvana – Grammatica pratica e scrittura. Petrini Editore, Borgaro (BO), 2009.
  5. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  6. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana.

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Alcuni significati di "spacciare/spacciato"

Ciao a tutti!

Ogni giorno sentiamo delle parole al telegiornale che, con il passare del tempo, diventano più che familiari. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, ne conosciamo soltanto il loro significato negativo come succede, per esempio, con la parola spacciare, ma anche spacciatore. Ma cosa significa esattamente?

Spacciare, il cui participio passato è spacciato, viene dal provenzale despachar (in portoghese despachar, in francese dépêcher) e ha tanti significati.

Come verbo transitivo: (non comune) sbrigare, disimpegnare: ho una faccenda urgente da spacciare.

  • (con la particella pronominale): si spacciò con pochissime parole.
  • (vendere della merce rapidamente): hanno spacciato una grande quantità di computer.
  • (Mettere in circolazione o vendere illecitamente qualcosa): i malviventi hanno spacciato più di tre mila banconote false; (in senso fig., divulgare cose non vere: la gente cattiva spaccia sempre delle calunnie.
  • (dare un malato per morto: il medico lo ha spacciato.
  • (presentare una cosa ad altri sotto falso aspetto, farla passare per quello che effettivamente non è): cercava di spacciare per oro dell’argento dorato.

Come verbo riflessivo:

  • (con valore copulativo, farsi passare per ciò che non si è: si è spacciato per medico.

Con il verbo essere:

  • (rovinato irrimediabilmente, perduto, finito, o estromesso da una competizione.): se perdiamo questa partita, siamo spacciati.

Sostantivo maschile spacciatore, femminile -trice:

  • venditore al minuto di merce illecita, specie di sostanze stupefacenti.

Spero che il post vi sia piaciuto. Se avete dei suggerimenti, fateceli sapere nei commenti!

Arrivederci e buon studio!

Claudia V. Lopes

27 gennaio – il Giorno della Memoria

Il giorno della memoria, celebrato il 27 gennaio di ogni anno, è una ricorrenza internazionale indetta per commemorare le vittime dell’Olocausto (Shoah).

Si è deciso di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa degli operai e contadini (in russo Рабоче-крестьянская Красная армия, nome dato alle forze armate russe dopo la disintegrazione delle forze zariste nel 1917), impegnata nell’offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Offensiva Vistola-Oder: “grande offensiva strategica sferrata dall’Armata Rossa a partire dal 12 gennaio 1945, nella fase finale della seconda guerra mondiale sul fronte orientale per superare le difese tedesche apprestate sulla linea della Vistola e del Narew, ed avanzare in modo decisivo nel cuore della Germania.”

Di seguito, vi proponiamo un brano tratto dal libro  Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 2005).

Il viaggio 

Ero stato catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943. Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione.

Non mi era stato facile scegliere la via della montagna, e contribuire a mettere in piedi quanto, nella opinione mia e di altri amici di me poco più esperti, avrebbe dovuto diventare una banda partigiana affiliata a «Giustizia e Libertà». Mancavano i contatti le armi, i quattrini e l’esperienza per procurarseli; mancavano gli uomini capaci, ed eravamo invece sommersi da un diluvio di gente squalificata, buona e in mala fede, che arrivava lassù dalla pianura in cerca di una organizzazione inesistente, di quadri, di armi, o anche solo di protezione, di un nascondiglio, di un fuoco, di una paio di scarpe.

A quel tempo, non mi era stata ancora insegnata la dottrina che dovevo più tardi rapidamente imparare in Lager, e secondo la quale primo ufficio dell’uomo è perseguire i propri scopi con mezzi idonei, e chi sbaglia paga; per cui non posso che considerare conforme a giustizia il successivo svolgersi dei fatti. Tre centurie della Milizia, partite in piena notte per sorprendere un’altra banda, di noi ben più potente e pericolosa, annidata nella valle contigua, irruppero in una spettrale alba di neve nel nostro rifugio, e mi condussero a valle come persona sospetta.

Negli interrogatori che seguirono, preferii dichiarare la mia condizione di «cittadino italiano di razza ebraica», poiché ritenevo che non sarei riuscito a giustificare altrimenti la mia presenza in quei luoghi troppo appartati anche per uno «sfollato», e stimavo (a torto, come si vide poi) che l’ammettere la mia attività politica avrebbe comportato torture e morte certa. Come ebreo, venni inviato a Fossoli, presso Modena, dove un vasto campo di internamento, già destinato ai prigionieri di guerra inglesi e americani, andava raccogliendo gli appartenenti alle numerose categorie di persone non gradite al neonato governo fascista repubblicano.

Al momento del mio arrivo, e cioè alla fine del gennaio 1944, gli ebrei italiani nel campo erano centocinquanta circa, ma entro poche settimane il loro numero giunse a oltre seicento. Si trattava per lo più di intere famiglie, catturate dai fascisti o dei nazisti per loro imprudenza, o in seguito a delazione. Alcuni pochi si erano consegnati spontaneamente, o perché ridotti alla disperazione dalla vita randagia, o perché privi di messi, o per non separasi da un congiunto catturato, o anche, assurdamente, per “mettersi in ordine con la legge”. V’erano inoltre un centinaio di militari jugoslavi internati, e alcuni altri stranieri considerati politicamente sospetti.

Se questo è un uomo

(Poesia di Primo Levi)

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Michele Levi (Torino, 31 luglio 1919 – Torino, 11 aprile 1987) è stato uno scrittore, partigiano e chimico italiano, autore di racconti, memorie, poesie e romanzi.

Partigiano antifascista, il 13 dicembre 1943 venne arrestato dai nazifascisti in Valle d’Aosta venendo prima mandato in un campo di raccolta di tutti gli ebrei a Fossoli e nel febbraio dell’anno successivo, deportato nel campo di concentramento di Auschwitz in quanto ebreo. Scampato al lager, tornò avventurosamente in Italia, dove si dedicò con impegno al compito di raccontare le atrocità viste e subite.

Il suo romanzo più famoso, sua opera d’esordio, Se questo è un uomo, che racconta le sue terribili esperienze nel campo di sterminio nazista, è considerato un classico della letteratura mondiale, inserendosi nel filone della memorialistica autobiografica e nel cosiddetto neorealismo.

Il giorno della memoria per non dimenticare la Soah

Claudia Lopes

Buon Natale a tutti!

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Lorenzo Lotto – La Natività

Cari amici miei,

Ormai siamo alla vigilia di Natale e vorremmo auguravi che lo passiate serenamente e in famiglia. Vi ringraziamo, come sempre, della vostra preziosa compagnia.

Il Natale non è soltanto una festa cristiana che celebra la nascita di Gesù, detta anche “Natività”; per la maggior parte delle Chiese cristiane occidentali e greco-ortodosse cade il 25 dicembre. Le Chiese ortodosse orientali, ortodosse-slave e copte lo festeggiano il 6 e il 7 gennaio rispettivamente, poiché seguono il calendario giuliano.

Che lo spirito natalizio possa fiorire dentro ognuno di voi, che il suo significato vada oltre allo scambio di regali e alle luci che illuminano le città e le nostre case.

Buon Natale a tutti!

Claudia ed Emma

Candele, Natale, Vacanze, Agrifoglio, Luce, Silhouette

 

La leggenda delle palline di Natale

Ciao a tutti!

Siccome siamo alle porte delle feste natalizie, abbiamo deciso di portare alla luce altre leggende legate a questo periodo così magico e carico di sentimenti.

Quindi, oggi vi proponiamo “La leggenda delle palline di Natale”. Perché addobbiamo i nostri alberi con delle palline colorate? Conoscete altre leggende su questo tema?

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A Betlemme c’era un artista di strada molto povero che non aveva nemmeno un dono per il Bambino Gesù. “Tutti portano qualcosa al piccolo Gesù ed io invece non ho proprio niente!.. Forse sarebbe meglio non andarci” pensava e questo pensiero lo faceva sentire molto triste. “Cos’hai?” gli chiese un giorno un pastore vedendolo così triste. Allora il povero artista gli confidò il suo problema… “Ti sbagli amico mio” disse il pastore “non è vero che non hai niente, tu hai il tuo talento … Va’ da Gesù mostragli i tuoi giochi e vedrai che lo renderai felice.” Rincuorato dalle parole del pastore, l’artista si fece coraggio e andò da Gesù e fece ciò che sapeva fare meglio, il giocoliere, e lo fece ridere. Questo è il perché ogni anno sull’albero appendiamo le palline colorate, per ricordarci delle risate di Gesù Bambino.

Arrivederci e buon Natale!

Claudia Lopes

Se il post vi è piaciuto, fatecelo sapere nei commenti!

La leggenda dell’albero di Natale

 

Ciao a tutti!

Vi siete mai chiesti come sia nata la leggenda dell’albero di Natale? Ho fatto una piccola ricerca in rete e ne ho trovate due versioni diverse, una più classica e l’altra molto diffusa. Sono tutte e due molto brevi, per cui molto facili da memorizzare e, chissà, da raccontarle ai vostri figli o nipotini. Fatemi sapere nei commenti quale vi è piaciuta di più. Buona lettura!

LA LEGGENDA DELL’ALBERO DI NATALE

Tanto tempo fa, durante una notte d’inverno, un ragazzo fu mandato dalla madre a tagliare qualche ceppo di legna nel bosco. Infatti, i due erano rimasti senza legna da bruciare e stavano morendo di freddo. Il giovane prese con sé un lanternino e la sua accetta, poi si addentrò nel bosco con un piccolo slittino da caricare di legna.
Mentre camminava nel bosco, il ragazzo inciampò in una radice: finì disteso nella neve con il suo lanternino, che si spense. Solo e senza luce, il piccolo taglialegna cercò di ritrovare la strada di casa  a tentoni, ma si perse nel bosco. Girovagò per un’ora nell’oscurità, poi, sfinito, si accasciò accanto al tronco di un’abete.

“Povero ragazzo” pensò l’abete “nessuno dovrebbe patire il freddo nel bosco”. Così, chinò i suoi rami fino a toccare terra e li avvolse intorno al tronco, in modo da proteggere il piccolo taglialegna dal gelo. In questo modo, protetto dalle fitte fronde dell’abete, il giovane riuscì ad addormentarsi e a sopravvivere al gelo.
Al sorgere del Sole, la madre del ragazzo, insieme ai suoi amici, si addentrò nel bosco per cercarlo. Lo trovarono ancora addormentato, avvolto nei rami dell’abete. La luce del Sole faceva scintillare il ghiaccio sui rami, che sembravano coperti d’oro e di diamanti. Il ragazzo, per ringraziare l’albero che gli aveva salvato la vita, piantò un piccolo abete nel giardino di casa e lo addobbò con ghirlande e festoni. Così nacque l’usanza dell’albero di Natale.

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Abete di Natale

L’ALBERO DI NATALE

C’era una volta un bosco coperto di neve. Quando giunse l’inverno, i taglialegna cominciarono ad abbattere gli alberi e a ricavare i ciocchi di legna da bruciare nei camini. Per primi tagliarono i faggi, poi i castagni e infine i pini e i larici. Uno alla volta, tutte le piante del bosco vennero tagliate, con loro somma gioia: infatti, gli alberi sono felici di trasformarsi in fuoco e calore.

A dicembre, nel bosco era rimasto solo un piccolo abete: era alto come un uomo e il suo tronco era esile e storto.
“Nessuno ti prenderà” gli aveva detto un faggio.
“Sei così piccolo e brutto che nessuno ti vorrà nel suo camino” gli aveva detto un castagno.
“Mi vergogno di essere un tuo parente” gli aveva detto un pino.
E infatti, nessun taglialegna si era preso la briga di tagliarlo e di ricavarne dei ciocchi: così, il povero abete era rimasto solo, a piangere nel gelido inverno.

Una notte, un angelo che passava di lì udì il pianto dell’abete e decise di mettere fine alle sofferenze di quel povero alberello. Tempestò l’abete di luci scintillanti e pose sulla sua sommità una stella d’oro, poi lo avvolse in un chiarore fatato. La mattina, quando i bambini del paese uscirono per giocare, videro da lontano il piccolo abete e corsero a guardarlo da vicino. Tutti rimasero incantati dalle luci di quell’albero al punto che i taglialegna si misero a scavare e, con molta attenzione, lo portarono via con tanto di radici. Lo piantarono in un grande vaso nella piazza del loro paesino, in modo che tutti potessero ammirare le sue decorazioni luminose. E così, quell’abete che era stato tanto bistrattato ebbe l’onore più grande di tutti: portò la luce e la gioia agli uomini. Era nato l’albero di Natale.

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Arrivederci e buono studio!

Claudia Lopes

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Le ha buscate!

Ciao a tutti!

Conoscete il verbo buscare? L’avete mai usato nelle vostre conversazioni?

buscare è un verbo transitivo proveniente dallo spagnolo buscar «cercare» che ha molti significati:

1 – (procacciarsi, trovare, ottenere) riuscire a trovare o a ottenere, per lo più con fatica:

es.: Si è buscato da vivere/da mangiare; Carlo s’è buscato un bel premio alla competizione.

P.S.:  più comune con la particella pronominale si. 

2 – (regionale) guadagnare:

Es.: Francesco si è buscato un sacco di soldi con i mercatini di Natale.

Mercatino di Natale
Mercatino di Natale

3- (figurativo) ricevere, prendere, specie con riferimento a cose non piacevoli:

Es.: Il bambino si è buscato un ceffone; la bambina si è buscata una bella sgridata; Anna è uscita senza la giacca e si è buscata un raffreddore.

4 – (familiare) venire picchiato, prenderle, buscarle, con complemento oggetto indeterminato:

Es.: Il bambino ha paura di buscarle dalla madre.

5 – (figurativo) sport, perdere clamorosamente una partita:

Es.: La Nazionale Brasiliana ne ha buscate 7-1 contro la Germania nei Mondiali del 2014.

Spero che il post vi sia piaciuto. Ricordatevi sempre che è molto importante adoperare il dizionario quando si impara una lingua straniera.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Lopes

Se avete dei suggerimenti per i prossimi post, fateceli sapere nei commenti!

I nomi di genere promiscuo

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi studieremo i nomi detti di genere promiscuo che si riferiscono ad animali che hanno solo una forma – o maschile o femminile – per indicare tanto il maschio quanto la femmina:

Es.: l’aquila, la giraffa, la pantera, la volpe, la balena, il corvo, l’usignolo, il delfino, il leopardo, lo scorpione.

Volpe, Animale, Gli Animali Selvatici, Senza Sfondo
La volpe maschio

Per distinguere, in questi casi, il genere “naturale” dobbiamo aggiungere la parola maschio o femmina:

l’aquila maschio – l’aquila femmina, la giraffa maschio – la giraffa femmina, la pantera maschio – la pantera femmina, la volpe maschio – la volpe femmina, la balena maschio – la balena femmina e così via.

Possiamo anche dire:

il maschio della volpe – la femmina della volpe, il maschio del leopardo – la femmina del leopardo, il maschio della giraffa – la femmina della giraffa.

Ci sono dei nomi zoologici che possono essere maschili e femminili, e quindi dobbiamo adoperare sempre la medesima forma: il serpe – la serpe, il lepre – la lepre.

Serpente, Pitone, Verde, Rettile, Natura, Animale
La serpe femmina

Tuttavia la forma maschile non si usa solo per il maschio e la forma femminile solo per la femmina, possiamo usare sia l’una sia l’altra, per cui, se si vuole distinguere il genere, dobbiamo specificare il sesso come abbiamo visto sopra: Es.: il lepre maschio – il lepre femmina, la lepre maschio –  la lepre femmina, il serpe maschio – il serpe femmina, la serpe maschio – la serpe femmina.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

Se il post vi è piaciuto, fatecelo sapere nei commenti!

Bibliografia:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. DUCI, Gianfranca e DI ROSA, Silvana – Grammatica pratica e scrittura. Petrini Editore, Borgaro (BO), 2009.
  5. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  6. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana.
  7. BOTTIROLA, Giovanni e CORNO, Dario – Comprendere e comunicare. Torino, Paraiva, 1986.

Alcune filastrocche di Halloween

Dolcetto o scherzetto?

(Jolanda Restano)

O mi dai un buon dolcetto,
o ti becchi uno scherzetto!
Devi fare questa scelta
muoviti, su, fai alla svelta!

Non hai tempo di pensare
sono qui per spaventare
chi i dolcetti non mi dà
prima o poi si pentirà!

Halloween

(Marzia Cabano)

C’è una strega nel giardino!
Ora chiamo il mio vicino,
ora suono alla sua porta
e mi apre una “man morta”.

Suono alla porta accanto
e ci trovo uno zombi stanco.
Scappo via di tutta fretta
ma… ecco ancora una streghetta!

Scappo allora a casa mia
e non trovo più la zia:
l’hanno vista col mantello
in compagnia di un pipistrello.

Ho paura, dove andrò?
Io un’idea già ce l’ho…
Mi travesto da fantasma
e faccio finta avere l’asma!

I passi nel corridoio

(Corinne Albaut)

Sento dei passi nel corridoio
ho un po’ paura è troppo buio.
Allora che faccio, vado a vedere
magari è un ladro venuto a rubare.
Forse un bandito, forse un furfante,
un malandrino, un losco brigante.

Che sia un alieno, un verde marziano
venuto su un disco da molto lontano?
Chissà chi è, mi chiedo, chissà…
No. E’ solo un gatto passato di là.

Dolcetto o scherzetto?

(Serena Riffaldi)

In questa notte di mostri e vampiri
qualcuno è in cerca di urla e sospiri,
li cerca ovunque, portato dal vento,
è il dispettoso fantasma Spavento.

Gira le case di tutti i bambini
alla ricerca di ghiotti dolcini.
Se non ne trova fa degli scherzetti,
togliendo calze e muovendo un po’ i letti.

Ma vi assicuro, è soltanto un burlone,
non è cattivo, ma cerca attenzione.
Se lasci un dolcetto sul tuo comodino.
Sarà felice… E vorrà darti un bacino.

Halloween per i bambini

(Simona Maiozzi)

È una notte scura, scura di fantasmi e pipistrelli,
una notte di paura da far torcere i budelli.

È una notte di terrore che risveglia ogni vampiro,
una notte di rumore da far togliere il respiro.

Ma chi avanza da lontano con in mano il suo cestino?
È una mummia, un brutto nano, è una strega o un assassino?

Ma guardate: son bambini! Sono mostri mascherati:
chiedono dolci e pasticcini ai vicini un po’ allarmati.

Van bussando ad ogni porta e, ridendo a crepapelle,
fan scherzetti di ogni sorta per avere caramelle.

Halloween, festa pagana, è però una buona cura:
i timori li allontana e fa scappare la paura!

Arrivederci e buon Halloween!

Claudia Lopes

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La notte di Halloween

Ciao a tutti!

Nella notte del 31 ottobre, in quasi tutto il mondo, si celebra l’Halloween. Nonostante sia una festa tipicamente americana, è ormai conosciuta e celebrata in quasi tutto il mondo. In Italia l’Halloween è una tradizione relativamente recente che risale a qualche decennio, ma che ogni anno diventa sempre più popolare. L’originale elaborazione italiana di “Tricks or treat?” era, in principio, “Offri o soffri?“, che giocava proprio sull’omofonia delle parole originali. Oggi la domanda più diffusa e conosciuta in Italia è “Dolcetto o scherzetto?“.

L’Halloween ha le sue origini non nella cultura americana come si suole pensare, ma nella cultura celtica, e il suo nome deriva proprio da “All Hallows’ Eve”: hallow = santo; eve = vigilia. Il termine designava, fino al XVI secolo, la vigilia del giorno di tutti i Santi – noto popolarmente come Ognissanti – celebrato il 1° novembre.

Dolcetti di Halloween

Come da tradizione, i bambini festeggiano la notte stregata di Halloween andando in giro di casa in casa dicendo “Dolcetto o scherzetto? Se saranno fortunati, torneranno a casa con la borsetta piena di dolcetti, noci, castagne e tante altri dolciumi e prelibatezze.

Jack-o’-lantern

Perché le zucche rappresentano questa festività?

L’usanza di Halloween è legata alla famosa leggenda dell’irlandese Jack (Jack-o’-lantern), un fabbro astuto, avaro e ubriacone, che una sera al pub incontrò il diavolo. A causa del suo stato d’ebbrezza, la sua anima era quasi nelle mani del demonio, ma astutamente, Jack gli chiese di trasformarsi in una moneta promettendogli la sua anima in cambio di un’ultima bevuta. Mise poi rapidamente il diavolo nel suo borsello, accanto ad una croce d’argento, cosicché egli non potesse ritrasformarsi. Per farsi liberare il diavolo gli promise che non si sarebbe preso la sua anima nei successivi dieci anni e Jack lo lasciò andare. Dieci anni più tardi, il diavolo si presentò nuovamente e questa volta Jack gli chiese di raccogliere una mela da un albero prima di prendersi la sua anima. Al fine di impedire che il diavolo scendesse dal ramo, il furbo Jack incise una croce sul tronco. Soltanto dopo un lungo battibecco i due giunsero ad un compromesso: in cambio della libertà, il diavolo avrebbe dovuto risparmiare la dannazione eterna a Jack. Durante la propria vita commise così tanti peccati che, quando morì, fu rifiutato dal paradiso e presentatosi all’Inferno, venne scacciato dal diavolo che gli ricordò il patto, ben felice di lasciarlo errare come anima tormentata. All’osservazione che era freddo e buio, il diavolo gli tirò un tizzone ardente, che Jack posizionò all’interno di una rapa che aveva con sé. Cominciò da quel momento a vagare senza tregua alla ricerca di un luogo in cui riposarsi. (Wikipedia)

Alcune filastrocche di Halloween

Dolcetto o scherzetto?
(Jolanda Restano)

Dolcetto o scherzetto?
Mi viene un sospetto:
se un dolce non do
che fine farò?

Scherzetto o dolcetto?
Mi fanno un dispetto!
Che fine farò
se un dolce non ho?

Dolcetto o scherzetto?
Con tutto rispetto
vi dono un dolcino:
mi date un bacino?

Scherzetto o dolcetto?
Non voglio il dispetto!
Vi porgo un dolcino
mi fate l’inchino?

Il fantasma di Halloween
(Marzia Cabano)

Un ammasso di ossa bianche
vanno a spasso sulle anche
che un po’ di rumore fanno,
mamma mia, prendo l’affanno.
Se mi volto c’è un fantasma
che mi pare abbia un po’ d’asma…
Han paura tutti quanti
nella notte di Ognissanti!

Le streghe
(Giovanni Giudici)

Per chi ci crede e chi non ci crede
parleremo delle streghe.
Dice la gente che sono vecchie
con i pidocchi fin dentro le orecchie,
con gli occhi storti e affumicati,
con i vestiti sporchi e stracciati.
Vivono dentro castelli in rovina
con gli uccellacci di rapina:
perché gufi e barbagianni
son delle streghe gli eterni compagni…
Durante il giorno stan chiotte chiotte
aspettando che faccia notte.
Ma quando è buio vispe e allegre
spiccano il volo le brutte streghe:
vanno a cavallo delle scope,
corrono come milioni di ruote.
Passano monti, passan pianure,
passano buchi di serrature;
bevono il latte dei pipistrelli,
di ragnatele hanno i capelli,
e pili dei ladri e degli assassini
vogliono fare paura ai bambini.
Cosa! Ti dicono se fai i capricci
e a far la nanna se non ti spicci.
Ma io t’insegno il modo sicuro
per inchiodare la strega al muro;
e ti spiego come fare
a ruzzolarla giù per le scale.
Se la senti che sta arrivando
non devi piangere tremando;
se cerca di farti un dispetto
non rannicchiarti nel tuo letto;
e se ti fa il solletico ai piedi
dille: – Stupida cosa ti credi?
Falle in faccia una gran risata
e la strega sarà spacciata.
Questo è il sugo dell’avventura:
la paura è di chi ha paura.
Tu falle solo «coccodé»
e ogni strega ha paura di te.
Pazza di rabbia e di spavento
se ne scappa via come il vento,
via lontano per mai più tornare:
e tu puoi andartene a russare.

Arrivederci e buon Halloween a tutti!

Claudia Valeria Lopes

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