Salva il cuore di Lua

Cari amichi e care amiche,

Il post che vi scrivo oggi è molto diverso dall’abituale. Vengo qui a chiedervi un aiuto per Lua, la mia cagnolina. Lei ha una grave malattia congenita chiamata Stenosi Polmonare. Lei dovrà sottoporsi a un intervento chirurgico per correggere questo difetto, altrimenti non avrà qualità di vita e morirà in 1, massimo 2 anni. L’intervento costa tantissimo (io vivo in Svizzera), circa 4.500 franchi, soldi che non abbiamo e non sappiamo nemmeno come trovarli.

Lua

Quindi ho pensato di creare una raccolta fondi per chiedervi un aiuto, poco che sia, ma che sarà tantissimo per Lua, basta cliccare su questo link https://www.gofundme.com/manage/salva-il-cuore-di-lua e fare la vostra donazione.

Nella valuta odierna, 1 franco svizzero costa 0,94€. Donate ciò che potete, se non potete, non ci sono problemi. Tutte le donazioni sono apprezzate! Vi chiedo solo di condividere il link sulle vostre bacheche (su FB o altri social) e con i vostri amici e parenti.

Vi abbracciamo forte forte
Claudia e Lua

Lingue non romanze parlate in Italia

Salve, cari amici!

Nel nostro nuovo post, cominciamo con una domanda: quale lingua si parla in Italia? Sicuramente, vi sta chiedendo che accidente di domanda sia questa, vero? Senza dubbio, l’italiano! Tuttavia, oltre la lingua italiana, ci sono altre lingue non romanze parlate in numerosi centri della nostra Penisola, soprattutto, nella parte meridionale (continentale e insulare). E quali sono?

Idiomi albanesi

La lingua albanese, per esempio, è parlata in 50 comunità sparse in sette regioni italiane con un totale di 100.000 albanofoni. La loro parlata è genuinamente albanese, denominata Arbëreshë (cioè, albanesi d’Italia), diffusa nel sud dell’Albania e nella regione dell’Epiro, nonché il dialetto tosco, varietà di lingua albanese parlata in Albania, Grecia e Turchia.

Lingua Arbëreshë
Costumi tradizionali degli Arbëreshë (albanesi d’Italia)
immagine – Albanianews

Le comunità dove la lingua albanese è parlata si trovano in Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Calabria (provincia di Cosenza, Catanzaro, Crotone) e Sicilia (provincia di Palermo).

Idiomi germanici

Nella provincia autonoma di Bolzano, come si sa, vige il bilinguismo italo-tedesco. In tutta l’area del Triveneto si riscontrano alcune isole linguistiche germanofone, diffuse nelle regioni prealpine e alpine:

  • lingua cimbra – idioma di tipo bavarese, che sarebbe stato portato da un gruppo di migranti tedeschi, che durante il medioevo colonizzarono le zone al confine delle provincia di Trento, Verona (Tredici comuni) e Vicenza (Sette comuni)
Costumi tradizionali della comunità germanofona di Bolzano
Immagine – UnserTirol

I Tredici Comuni sono un’area della provincia di Verona localizzata grossomodo al centro della Lessinia, territorio montano delle Prealpi Venete.

L’altopiano dei Sette Comuni, conosciuto anche col nome di altopiano di Asiago, è un vasto altopiano che si trova sulle Prealpi Vicentine, nella parte settentrionale della provincia di Vicenza.

Il cimbro è stato sovrastato dai dialetti della lingua veneta già nei secoli scorsi e, attualmente, è parlato da poche centinaia di persone, in modo più attivo, nelle comunità di Luserna, nel Trento e, in modo ridotto, a Giazza e Roana.

La lingua mochena (in mocheno bersntoler sproch) è parlata nei tre comuni del versante orientale: valle dei Mocheni (o Fersina) in provincia di Trento, Fierozzo (Vlarotz), Frassilongo (Garait) e Palù del Fersina (Palai en Bersntol).

Il mocheno è un parente lontano del cimbro, derivante da uno stanziamento di coloni tedeschi in epoca antica.

Troviamo anche altre isole germanofone in Carnia (Sauris, Zahare, Timau, Tischlbong e Sappada, Plodn); tutte queste varietà hanno un’origine simile a quelle precedenti. La lingua tedesca, inoltre, è diffusa su grande parte della Val Canale (Kanaltal), al confine con l’Austria.

L’alemanno – insieme di varianti della lingua alto-tedesca, appartenente alle parlate walser e imparentato con le varianti del vicino cantone Svizzero del Vallese – è paralo in alcuni comuni del Piemonte e Valle d’Aosta.

Idiomi greci

Nell’Italia meridionale si riscontrano delle isole linguistiche dove si parlano il griko, un dialetto di tipo neogreco parlato in Salento, e il grecanico, parlato in Calabria.

Costumi tradizionali dei Grecanici in Calabria
Immagine Wikiwand

L’isola linguisticaellenofona del Salento, situata nella Puglia meridionale, viene denominata Grecìa salentina.

Idiomi indo-arii

In italia troviamo anche il romaní, parlato dai sinti e dai rom in diverse forme dialettali, che sono state influenzate dai paesi con cui hanno avuto contatto in passato, nonché dalle parlate regionali italiane con cui sono a contatto ancora oggi.

Idiomi slavi

Lo sloveno è parlato in Friuli-Venezia Giulia, nella fascia che confina con le provincie di Trieste, Gorizia e Udine. Nella Val di Resia si riscontra anche, secondo alcuni studiosi, una variante dialettale distinta dalla sloveno chiamato resiano, imparentato con i dialetti sloveni parlati a Carinzia (Austria).

Infine, il na-našu (antico dialetto slavo originario dell’entroterra dalmata), parlato in Molise. Secondo studi, il na-našu discende dalla parlata portata degli Slavi che arrivarono in Italia tra il XV-XVI secolo, per sfuggire all’avanzata degli ottomani nei Balcani, stanziandosi nei paesi di Acquaviva Collecroce (Kruč), Montemitro (Mundimitar) e San Felice del Molise (Sti Filić).

Forse adesso sarete capaci di rispondere alla domanda con cui inizio il post!

Un abbraccio e buono studio!

Claudia Lopes

Fatemi sapere se il post vi è piaciuto in un commento.

Fiorire, Linea, Confine, Decorazione, Vortice, Accento

Il campo semantico del LIBRO

Ciao a tutti!

Conoscete il termine campo semantico? Sapete cos’è? In linguistica, è l’area di significato coperto da una determinata parola o da un gruppo di parole che hanno una stretta relazione di significato tra di loro. Il campo semantico del vocabolo corso, per esempio, è lezione, appuntigratis, gratuito e così via.

Questo tipo di studio è molto importante perché ci aiuta ad arricchire il nostro lessico personale, per cui vi consiglio di usare, sempre che possibile, il dizionario monolingue nei vostri studi di lingua italiana, ma anche di un’altra lingua straniera.

La parola che ho scelto per voi è libro, quindi ne conosceremo altre (non tutte!) che fanno parte del suo campo semantico:

Un LIBRO può essere:

appassionantefuori commercio
avvincentegiallo
biograficoillustrato
commuoventeinedito
contabileletterario
didatticoomaggio
esauritotascabile
Libro Aperto, Biblioteca, Educazione, Leggere, Libro
Leggere un libro non è uscire dal mondo, ma entrare nel mondo attraverso un altro ingresso.
(Fabrizio Caramagna)

Espressioni:

libro di bordolibro di lettura
libro di cassalibro dei sogni
libro di cucinalibro di storia
libro di letturalibro di testo
Cartolibreria le Cosmicomiche (Terni) - 2020 All You Need to Know ...
Cartolibreria

Parole derivate:

libraiolibriccino (diminutivo)
libreriacartolibreria

Verbi che fanno parte del campo semantico del vocabolo LIBRO:

censurarescrivere
consigliaresfogliare
criticarepubblicare
dedicarerecensire
intitolareschedare
leggeretradurre

Parole composte:

audiolibrolibrogioco
reggilibrofotolibro

Espressioni idiomatiche:

  • Parlare come un libro stampato – parlare in modo corretto e appropriato
  • Essere un libro aperto – non avere segreti, mostrarsi per come si è. Per estensione, riferito a un argomento, essere competenti
  • Essere un libro chiuso – al contrario, si dice di una persona che non rivela i suoi pensieri, sentimenti e altro, o che non si riesce a capire
  • Essere immerso nei libri – essere impegnato con lo studio
  • Essere sul libro nero – avere una pessima fama, essere disprezzati, sgraditi, malvisti, tenuti in disparte in un determinato ambiente

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

Se il post vi è piaciuto, fatecelo sapere nei commenti!

Assembramento o assemblamento?

Ciao a tutti!

Nel nostro nuovo post, parleremo di un dubbio molto frequente di questi tempi, che è aumentato, in modo notevole, a causa della pandemia di Coronavirus.

Come tutti gli italiani lo sanno, il lockdown imposto dal Premier italiano Giuseppe Conte prevede il divieto di assembramenti (e non solo), cioè: sono vietate tutte le attività che prevedono la presenza di gruppi di persone, come succede nei concerti, manifestazioni, discoteca ecc.

Ma cosa significa esattamente assembramento?

1. Riunione occasionale di persone all’aperto per dimostrazioni o altro: fareproibiresciogliere un assembramento; anche affollamento in genere: sul luogo del disastro s’era formato un grande assembramento (di gentedi cittadini, ecc.); non posso sopportare l’assembramento della folla2. antico – Adunanza di soldati per il combattimento; moltitudine di armati. (Treccani)

Il vocabolo assembramento deriva dal verbo assembrare (francese assembler ‘riunire’)

Esempi:

  • Si è formato un assembramento ieri, durante la manifestazione.
  • Quante persone formano un assembramento e quali sono gli assembramenti vietati?
  • Vietati assembramenti di oltre cinque persone (Svizzera).
Pubblico, Concerto, Musica, Intrattenimento, Persone
Divieto di assembramenti

D’altro canto, assemblamento e assemblamenti SONO SBAGLIATI, cioè NON ESISTONO. Non sono poche le persone che usano questa forma come sinonimo di montaggio; in questo caso, infatti, dobbiamo scrivere assemblaggio al singolare e assemblaggi al plurale. Il verbo dal quale deriva assemblaggio è assemblare (dal francese assembler ‘mettere insieme’, derivato dal latino volgare assimulare).

Bambini, Giocano, Giochi, Infanzia, Costruttore, Lego
Ai bambini piace assemblare i pezzi di Lego

Dunque, come avrete notato, non è difficile capire il motivo per cui si sbaglia, e non mi riferisco soltanto alla gente in generale, anche giornalisti e politici sbagliano. Tuttavia, anche se si tratta di parole le cui radici sono molto simili, non ci dobbiamo lasciare trascinare dalle apparenze.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Lopes

Buona Festa della Mamma!

Care mamme di questa pagina,

Affresco della Lingua Italiana vi augura una bellissima Festa della Mamma!

Che nonostante la distanza, possiate trascorrerla insieme ai vostri figli col cuore.

Per festeggiare questo giorno così speciale, vi proponiamo delle poesie scritte da alcuni dei più grandi poeti italiani:

Le madri non cercano il paradiso
(Alda Merini)

Le madri non cercano il paradiso,
il paradiso io l’ho conosciuto
il giorno che ti ho concepito.
Perché vuoi morire?
Non ti ricordi la tua tenera infanzia
e quanto hai giocato con me?
Perché vuoi inebriarti della tua anima?
Tu stai uccidendo tua madre
eppure non riesco a dimenticare
i gemiti del parto.
Anch’io quel giorno sono morta
quando ti ho dato alla luce,
tu sei peggio
di qualsiasi amante figlio mio
tu mi abbandoni.

Lettera a mia madre
(Salvatore Quasimodo)

Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto

A mia madre
(Edmondo de Amicis)

Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni
mia madre ha sessant’anni e più la guardo
e più mi sembra bella.
Non ha un accento, un guardo, un riso
che non mi tocchi dolcemente il cuore.
Ah se fossi pittore, farei tutta la vita
il suo ritratto.
Vorrei ritrarla quando inchina il viso
perch’io le baci la sua treccia bianca
e quando inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso.
Ah se fosse un mio prego in cielo accolto
non chiederei al gran pittore d’Urbino
il pennello divino per coronar di gloria
il suo bel volto.
Vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei
Vorrei veder me vecchio e lei…
dal sacrificio mio ringiovanita!

La madre
Giuseppe Ungaretti

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Suplica a mia madre
(Pier Paolo Pasolini)

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Arrivederci e buona lettura!

Claudia V. Lopes

Uccelli, Animali, Fiorire, Turbinii, Swoosh, Fiori

Pronomi indefiniti “chiunque” e “qualcosa”

Ciao a tutti!

Ecco il nostro terzo post della serie pronomi indefiniti. Oggi approfondiremo alcuni usi dei pronomi chiunque e qualcosa. Siete pronti? Come sempre, vi chiedo di fare attenzione agli esempi e, soprattutto, alle osservazioni:

chiunque – è il pronome che corrisponde all’aggettivo qualunque ed equivale a qualunque persona; può essere adoperato, SEMPRE nella forma invariabile del singolare, sia al maschile sia al femminile:

Es.: Chiunque al posto di Raffaella avrebbe fatto lo stesso; chiunque altro avrebbe rifiutato quella proposta.

Osservazioni:

A volte chiunque può avere, contemporaneamente, valore indefinito e di pronome relativo; in questo caso, corrisponde a qualunque persona (che):

Es.: Al cinema può andare chiunque lo voglia.

Qualcosa – è la forma contratta di qualche cosa e indica, in modo indeterminato, una o qualche cose:

Es.: C’è qualcosa che non va; dovresti mettere qualcosa da parte per il futuro (risparmiare);

Osservazioni:

Qualcosa richiede l’accordo al maschile dell’articolo indeterminativo (un qualcosa) e del partitivo (qualcosa di caldo); il maschile è più usato (e preferito) anche nel participio, dove però troviamo degli oscillazioni: “Qualcosa per me era venuta meno” (Calvino)

Diminutivo: qualcosettaqualcosinaqualcosuccia.

Alla prossima con i pronomi indefiniti niente/nulla e altro 😀

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria

Fiorire, Linea, Confine, Decorazione, Vortice, Accento

Bibliografia:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. DUCI, Gianfranca e DI ROSA, Silvana – Grammatica pratica e scrittura. Petrini Editore, Borgaro (BO), 2009.
  5. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  6. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana.
  7. BOTTIROLA, Giovanni e CORNO, Dario – Comprendere e comunicare. Torino, Paraiva, 1986.

25 aprile: l’Italia è libera!

Care lettrici e cari lettori,

La data di oggi, il 25 aprile, è estremamente importante per la storia italiana, segna, infatti, la fine della dittatura fascista di Mussolini e l’inizio di una nuova era per l’Italia, l’era della Democrazia. Per aiutarvi a capire meglio, in coda all’articolo troverete un lemmario esplicativo delle parole utilizzate, parole che nel testo saranno sottolineate.

giornale1

(crediti immagini – Wikipedia)

Il 25 aprile del 1945 l’Italia gridò a gran voce la sua voglia di liberarsi dal regime che la opprimeva ormai da un ventennio e da quel momento in poi i partigiani italiani non dovettero più nascondersi o essere considerati criminali o fuorilegge; raggiunsero il loro obiettivo: la liberazione dell’Italia intera.

Ma chi erano i partigiani?

scena4

Costituivano un corpo armato paramilitare di difesa, formato principalmente da giovani, anche inesperti, spinti a combattere da ideali di uguaglianza e di pace. Gente comune, figli delle donne e degli uomini vessati dalla dittatura.

scena3

La resistenza partigiana si serviva moltissimo anche della musica, per educare e incoraggiare i propri membri e una delle canzoni che col tempo ha avuto più seguito è sicuramente “Bella Ciao”, che potrete subito ascoltare…

Ed ecco il testo

Una mattina mi sono svegliato,

o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!

Una mattina mi sono svegliato,

e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via,

o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!

O partigiano, portami via,

ché mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano,

o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!

E se io muoio da partigiano,

tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna,

o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!

E seppellire lassù in montagna,

sotto l’ombra di un bel fior.

Tutte le genti che passeranno,

o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!

Tutte le genti che passeranno,

Mi diranno «Che bel fior!»

«È questo il fiore del partigiano»,

o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!

«È questo il fiore del partigiano, morto per la libertà!»

sacrificio dei partigiani

La lingua in cui questa canzone comunica non è più la lingua che utilizziamo in Italia tutti i giorni. Chiaramente è avvenuta un’evoluzione diacronica (cioè attraverso il tempo): una lingua viva non può essere fissa e immutabile, segue gli usi della gente che se ne serve per comunicare, segue tendenze che non possono essere determinate “a priori” o in maniera esatta.

Ma entriamo nel cuore pulsante del testo.

Si tratta di un componimento poetico in rima (circostanza che favoriva molto la memorizzazione!) in un linguaggio più arcaico e sicuramente lirico rispetto a quello che siamo abituati ad usare oggi.

Di seguito, nel dettaglio, potrete leggere la spiegazione delle parole o le espressioni che potrebbero risultare più ostiche e difficili da comprendere:

  • «Bella ciao» indica il saluto che i partigiani indirizzavano alle proprie amate prima di partire assieme agli altri combattenti della resistenza;
  • «invasor» sta per invasore. Molto spesso in poesia si utilizza l’elisione (caduta della vocale finale) fenomeno che risponde a ragioni di metrica e musicalità;
  • «ché» è un’aferesi di perché. Cos’è un’aferesi? Si tratta della caduta di una vocale o di una sillaba iniziale di una parola;
  • «morir» sta per morire. Anche qui è presente un’elisione, come nel caso precedente;
  • «seppellir» sta per seppellire;
  • «fior» sta per fiore.

È grazie a chi ha dato la propria vita in nome della libertà che oggi in Italia possiamo vivere in una Democrazia fondata sulla nostra splendida Costituzione!

costituzione_italiana

Buona festa della Liberazione a tutti!

Lemmario relativo al testo

Regime – sostantivo maschile, sistema di governo di stampo autoritario e repressivo, indipendentemente dalla sua forma di legislazione;

opprimere – verbo, tenere qualcuno in stato di schiavitù, sopraffare, vessare;

paramilitare –  aggettivo maschile e femminile, organizzato secondo la struttura gerarchica o la disciplina militare, pur essendo estraneo a un esercito regolare;

vessare –  verbo, sottoporre a continui maltrattamenti o imposizioni, tormentare in senso morale o materiale;

diacronico – aggettivo maschile, che si basa sulla diacronia;

diacronia – sostantivo femminile, lo studio e la valutazione dei fatti linguistici considerati secondo una prospettiva evolutiva | lo sviluppo dei fatti linguistici nel tempo;

immutabile –  aggettivo maschile e femminile, che non muta, che non può mutare, invariabile, fisso, inalterabile;

a priori – locuzione latina “ā priōri”, letteralmente significa “da ciò che è prima”, si riferisce a qualcosa che viene fatta o pensata senza considerare e controllare gli eventi avvenuti in precedenza;

locuzione –  sostantivo femminile, frase espressione, modo di dire, frase idiomatica;

rima – sostantivo femminile, in metrica omofonia completa tra le ultime parole di due o più versi a partire dalla tonica;

metrica – sostantivo femminile, insieme delle leggi che regolano la composizione dei versi e delle strofe poetiche;

omofonia – sostantivo femminile, identità di suono tra due o più unità linguistiche o segni grafici diversi (come ad esempio “lago” e “l’ago”;

tonica –  aggettivo/sostantivo femminile, di vocale o sillaba su cui cade l’accento principale;

arcaico – aggettivo maschile, antico, antiquato;

lirico –  aggettivo maschile, riferito alla poesia incentrata sulla soggettività;

soggettività – sostantivo femminile invariabile, con carattere o valore di soggetto, fondato sulla realtà individuale;

ostico –  aggettivo maschile, gravoso, sgradito, difficile a farsi.

(Fonte: dizionario della lingua italiana De Mauro)

Trovate utile l’utilizzo del lemmario a termine dei post più discorsivi come questo?

Fateci sapere nei commenti!

I vostri suggerimenti sono sempre preziosissimi e grande fonte di ispirazione per noi!

Emma De Luca

La particella “ci/vi”: primo post

Ciao a tutti!

Il nostro post di oggi tratta un argomento che porta non pochi problemi agli stranieri che studiano la lingua italiana, cioè, la particella “ci” (vi è ormai più raro rispetto a ci), che può avere svariate funzioni. Tuttavia, in questo post, non parleremo della particella “ne“, per cui vi chiedo di concentrarvi soltanto su un argomento alla volta.

Adesso cerchiamo di capire, attraverso gli esempi, alcuni dei tanti usi della particella “ci”. Inoltre, abbiamo deciso di dividere il post in due “puntate” per non riempirvi d’informazione, va bene? Questa è la prima, quindi mettetevi comodi!

A) valore avverbiale – la particella “ci” funge da avverbio quando usata con verbi di stato di moto, come andarevenireessererestarerimanere:

– Vai spesso a Parigi?
– Sì, ci vado due volte all’anno.
andare – verbo di moto
Ci = in quel luogo
– Vieni in Italia l’inverno prossimo?
– Sì, ci vengo.
venire – verbo di moto
Ci = qui, in questo luogo
– Andiamo al cinema stasera?
– Ci andiamo.
andare – verbo di moto
Ci = in quel luogo
– Quanto tempo rimarrete in Italia?
– Ci rimarremo tre settimane.
rimanere – verbo di stato
Ci = qui, in questo luogo; in quel luogo
– È a casa Carlo?
– Sì, c‘è [ci + è]*.
essere – verbo di stato
Ci = qui, in questo luogo; in quel luogo
– Tu conosci bene quel posto?
– Sì, ci vado spesso.
andare – verbo di moto
Ci = in quel luogo

*qui non si tratta del verbo “esserci“.

B) complemento indiretto – la particella “ci” sostituisce “con lui, con lei, con loro” oppure “su di lui, su di lei, su di loro”:

– Hai parlato con lui?
– Sì, ci ho parlato ieri.
parlare con qlcu.
– Lavori con Francesca?
– Sì, ci lavoro.
lavorare con qlcu.
– Posso contare su di te?
– Certo che ci puoi contare!
fare affidamento su qlcu. o qlco.; confidare su

c) Pronome dimostrativo – sostituisce nella frase “a ciò, a questo”, “in ciò, in questo”, “su ciò, su questo”. Quindi, dobbiamo usare la particella “ci” con i verbi retti dalle preposizioni asu in, come pensare acredere in/acontare suscommettere su, riuscire a:

– Amore, hai pensato a quello che ti detto?
– Sì, ci ho pensato tutta la giornata!
pensare a questo, a ciò.
– Ma tu credi a quello che dice lui?
– Sì, ci credo.
credere a questo, a ciò.
– Scommetterai su quel cavallo?
– Certo che ci scommetterò.
scommettere su questo, su ciò
– Credete in Dio?
– Sì, ci crediamo.
credere in questo, in ciò
– Sei riuscito a finire il compito per domani?
– Sì, ci sono riuscito.
riuscire a fare questo, ciò

Attenzione!

Credere in = essere sicuro dell’esistenza di qlcu. o qlco.: credere in Dio; 

Credere a = dare credito a qlcu. o a qlco.: è un ingenuo, crede a tutto quello che gli dicono.

dizionari
I miei dizionari!

Se avete letto con attenzione il post di oggi, vi siete accorti, sicuramente, che è molto importante sapere se il verbo che stiamo adoperando è transitivo o intransitivo, se richiede complemento, da quale (o da quali) preposizione è retto, e così via. Abituatevi a usare il vecchio e buon dizionario cartaceo e non soltanto quelli disponibili sulla rete o i traduttori automatici. Sapere che il verbo parlare, tra l’altro, è retto dalle preposizioni dicon e a vi aiuterà a capire quali delle due particelle usare, cioè: “ci” o “ne”?

 Esempi: 

– Hai parlato con Anna oggi?
– No, non ci ho parlato.
– É vero che tutti parlano di Francesco?
– Sì, è vero. Ormai tutti ne parlano.
– Parlerai ai tuoi amici?
–Sì, ci parlerò oggi.

Claudia V. Lopes

Arrivederci e buono studio! 

Se il post vi è piaciuto, fatecelo sapere nei commenti!

Fiorire, Linea, Confine, Decorazione, Vortice, Accento

La storia di Romolo e Remo

Ciao a tutti!

La data simbolica della fondazione della città di Roma è il 21 aprile 753 a.C. Racconta la leggenda che il dio Marte e la fanciulla Rea Silvia si innamorarono perdutamente. Rea Silvia era la figlia di Numitore, discendente di Enea e re di Alba Longa (o Albalonga), una città del Latiun vetus.

Rea Silvia e il dio Marte (dipinto di Peter Paul Rubens)

Dalla loro passione nacquero due gemelli, forti e robusti come il loro padre. Ma il cattivo Amulio, fratello di Numitore, fece imprigionare Rea Silvia, ordinando che i due bambini fossero messi in una piccola cesta e gettati nel fiume Tevere – lui aveva paura che i bambini, da adulti, governassero al suo posto.

Il fiume Tevere proprio in quel giorno straripò. Quando le acque si ritirarono, la cesta rimase impigliata tra i cespugli, esattamente sotto il colle Palatino.

Il Palatino è uno dei sette colli di Roma, situato tra il Velabro e il Foro Romano, ed è una delle parti più antiche della città.

Una lupa che passava di lì trovò i due gemellini, gli si avvicinò e cominciò a nutrirli con il suo latte. Qualche tempo dopo Faustolo – secondo la leggenda, uno dei guardiani di porci nei pressi del Tevere -, un pastore che abitava da quelle parti, vidi i due infanti e decise di portarli nella propria capanna e di crescerli come figli, chiamandoli Romolo e Remo.

(Faustolo trova la lupa con i gemelli, Rubens – Musei capitolini)

Quando i bambini divennero grandi, Faustolo gli confessò di non essere il vero padre e raccontò loro tutta la verità. Per vendicarsi Romolo e Remo decisero di uccidere il malvagio Amulio, liberando finalmente la madre, Rea Silvia.
Inoltre, decisero di fondare una città sul colle esattamente dove la lupa li ebbe trovati e allattali.

Andarono dall’indovino per chiedere dei consigli. Volevano sapere chi avrebbe dato il nome alla città e chi ne sarebbe diventato il re. L’indovino disse a Romolo di andare sul colle Palatino e a Remo sull’Aventino. Da lassù avrebbero potuto guardare il cielo con attenzione, studiare il volo degli uccelli, cercando di capire ciò che avevano deciso gli dei.

Remo vide per primo un gran numero di uccelli – sei avvoltoi con delle ali immense che volavano sulla sua testa. Subito dopo Romolo ne vide ben dodici. In quel momento i due fratelli cominciarono a discutere:
– Sono stato io a vedere gli uccelli per primo! Esclamò Remo.
– Ma io ne ho visti molti di più! Ribadì Romolo. Dunque sarò io il re della città e la chiamerò Roma. Di seguito prese un bastone e, disegnando un grande quadrato per terra, disse: Ecco! Vedi il confini della mia città? Nessuno può superarli senza il mio permesso. Remo, però, molto arrabbiato, non gli diede retta e calpestò la linea tracciata. Romolo allora tirò fuori la spada e ripeté: Chiunque osi oltrepassare il confini della mia città, verrà ucciso. E uccise Remo.

Romolo divenne il primo Re di Roma che diventò la più bella città di tutto il mondo antico, la capita del più grande impero mai esistito.

Claudia Valeria Lopes

Se il post vi è piaciuto, fatecelo sapere nei commenti!

L’etimologia del vocabolo “Pasqua”

Ciao a tutti!

Questa è la settimana di una delle più importanti ricorrenze per Ebrei e Cristiani: la Pasqua. Vi siete mai chiesti, però, quale sia l’origine di questo vocabolo e in quale lingua è stato coniato?

Per gli Ebrei la Pasqua (che dura otto giorni, sette in Israele) celebra la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto grazie a Mosè e riunisce due riti: l’immolazione dell’agnello e il pane azzimo. Nel contesto ebraico, il vocabolo pesach è inteso come “passare oltre”, “tralasciare”, e deriva dal racconto biblico che si riferisce alla decima piaga, in cui il Signore, vedendo il sangue dell’agnello sulle porte delle case di Israele, passò oltre:

Il Signore passerà per colpire l’Egitto, vedrà il sangue sull’architrave e sugli stipiti: allora il Signore passerà oltre la porta e non permetterà allo sterminatore di entrare nella vostra casa per colpire.”

Ma anche l’attraversamento/il passaggio degli Ebrei attraverso il mar Rosso:

(Crediti immagine – Wikipedia)

Il termine Pasqua deriva dal latino Pascha, che a sua volta deriva dall'ebraico Pessach/Pesach (aram. Pasa'), e significa "passare oltre", ma anche liberazione, attraversamento.

Páscoa in portoghese, Osterfest in tedesco, Pâques in francesePascua in spagnolo, Easter inglese, ecc.

La Pasqua Cristiana presenta importanti legami con quella Ebraica ma anche alcune significative differenze. Per i Cristiani la Pasqua indica la festa annuale della Risurrezione di Gesù Cristo, avvenuta secondo le confessioni cristiane, nel terzo giorno dalla sua morte in croce, come fu narrato nei Vangeli di MatteoMarcoLuca e Giovanni.

(Risurrezione – Raffaello)

Questa festa viene celebrata (in seguito al concilio di Nicea, tenutosi nel 325) sempre alla domenica successiva al plenilunio, che segue l’equinozio di primavera nell’Emisfero Norte e d’autunno nell’Emisfero Sud.

“Dal punto di vista teologico, la Pasqua odierna racchiude in sé tutto il mistero cristiano: con la passione, Cristo si è immolato per l’uomo, liberandolo dal peccato originale e riscattando la sua natura ormai corrotta, permettendogli quindi di passare dai vizi alla virtù; con la risurrezione ha vinto sul mondo e sulla morte, mostrando all’uomo il proprio destino, cioè la risurrezione nel giorno finale, ma anche il risveglio alla vera vita.”(wikipedia)

La Pasqua Ebraica, quest’anno, è stata celebrata l’8 aprile e quella Cristiana sarà celebrata il 12, secondo i loro rispettivi calendari.

Auguro una Buona Pasqua/Chag Pesach Sameach a tutti gli amici cristiani e ebrei di Affresco della Lingua Italiana!

Claudia Valeria Lopes