Il sistema verbale della lingua italiana: il modo

Cari amici e care amiche,

Oggi studieremo un po’ della struttura del  verbo che, come saprete, ha un organico e complesso sistema di forme usate per esprimere il modo, il tempo, la persona, il numero, l’aspetto (puntuale, durativo, iterativo, ecc.), la diatesi (attiva o passiva), conosciute come “coniugazione”.

Il modo

Il modo è la categoria della coniugazione verbale che indica la maniera in cui la l’azione o lo stato espressi dal verbo vengono presentati. La lingua italiana dispone di sette modi verbali:

a) Quattro modi finiti:

1 – Indicativo, che presenta l’azione o situazione descritta dal verbo come certa: io amo cantare; ieri ho mangiato una bella spaghettata.

2 – Congiuntivo, che presenta l’azione o situazione descritta dal verbo come incerta –  che io ami; che io cantassi;

3 – Condizionale, che presenta l’azione o situazione descritta dal verbo come un desiderio – io amereiloro canterebbero;

4 – Imperativo,  che presenta l’azione o situazione descritta dal verbo come un ordine, un comando – ama finché puoi; vai via!

b) Tre modi indefiniti:

a) Infinito presente e passato: l’infinito è un modo verbale usato in quasi tutte le lingue indoeuropee. Normalmente, è la forma scelta per il lemma dei verbi che troviamo nei dizionari. In genere, non fa riferimento ad alcuna persona grammaticale (io, tu, lui, lei, ecc.): avere, avere avuto.

b) Participio presente e passato – modo verbale molto vicino all’aggettivo e al sostantivo. Deve il suo nome al fatto che partecipa (in latino partem capit, cioè prende parte) a queste categorie: amado; amante.

c) Gerundio (o forma nominale del verbo) – modo verbale utilizzato per indicare un processo considerato nei confronti di un secondo avvenimento: preferisco non parlare mangiando nello stesso momento.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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Bibliografia di base per l’elaborazione dei post:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana online,

Lo studio dei verbi italiani per studenti stranieri

Potete trovare molti altri aspetti dei verbi italiani su LO STUDIO DEI VERBI ITALIANI PER STUDENTI STRANIERI!

Lo studio dei verbi italiani per studenti stranieri è stato ideato per tutti coloro che vogliono approfondire, appunto, la coniugazione e l’utilizzo dei verbi italiani. Oltre tutta la parte teorica e tantissimi esercizi, troverai anche tante belle immagini del Bel Paese!

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Alcuni modi di dire ed espressioni con il vocabolo “mano”

Ciao, ragazzi!

Il vocabolo mano (lat. nu) è usato nella lingua italiana per formare tantissimi modi di dire ed espressioni molto popolari. Vi piacerebbe conoscerne alcuni/e?

Adesso cerchiamo di capire quali sono i possibili significati che potete trovare facilmente sui vostri dizionari:

1) estremità dell’arto superiore formata dal polso, dalla palma, dal dorso e dalle cinque dita; ha funzione di organo prensile e tattile – mano destra, mano sinistra, ecc.

2) stile, impronta caratteristica di una persona – in questo arredamento si vede la mano di un architetto. 

3) strato di colore, di vernice o di altra sostanza che si stende su una superficie – secondo me, dovresti dare un seconda mano di banco alle pareti.

4) nei giochi di carte, giro di distribuzione e di gioco; anche, la situazione di chi gioca per primo – una partita giocata a tre mani la mano tocca a me, sono di mano, cioè tocca a me giocare per primo.

5) ognuno dei lati corrispondenti alle due mani; anche, ognuna delle due direzioni in cui si muove il traffico di veicoli e di persone in una strada – cerca di tenere la mano destra, fra poco dovremo girare.

Ragazzi, usare un buon dizionario è molto importante per avere informazioni sul significato di un vocabolo, la sua corretta ortografia, la pronuncia, le caratteristiche grammaticali e, soprattutto, per arricchire il proprio lessico!

Espressioni e modi di dire

A) a piene mani

In grande quantità, come riempiendosi completamente le mani di qualcosa – la signora Rossi ha donato soldi a piena mani all’orfanotrofio del suo paese.

B) a portata di mano

Facilmente raggiungibile, tanto vicino che sarebbe sufficiente allungare una mano per arrivarci. Vale per cose, persone e situazioni – le medicine dei bambini devono essere sempre a portata di mano; Francesco è una persona molto a portata di mano.

c) avere le mani bucate

Spendere molto, scialacquare denaro generalmente in spese inutili o esagerate, come se si avessero le mani piene di buchi che pertanto non riescono a trattenere il denaro – Roberto ha le mani bucate, spende parecchi soldi con cose inutili.

d) si possono dare la mano

Si dice di persone molto simili – Claudio e Anna si possono dare la mano, sono uguali! 

f) giù le mani!, le mani a casa!, le mani a posto!

Intimazione rivolta a chi alza le mani per picchiare, a chi tocca o prende qualcosa che non deve o a chi palpa con intento erotico.

g) sfuggire di mano

Detto di situazione di cui si perde il controllo – la situazione mi è completamente sfuggita di mano, non so più cosa devo fare.

h) di prima mano

Nuovo, mai usato prima né da altri. Di una notizia, recentissima, inedita, che proviene direttamente dalla fonte – Ho saputo la notizia di prima mano.

i) calcare la mano

Esagerare in rigore e severità, soprattutto se riferito a una punizione, un’accusa e simili – sul rapporto l’arbitro ha calcato la mano!

Ne conoscete altri/e?

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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L’antilingua di Italo Calvino

Ciao, ragazzi!

Vorrei condividere con voi questo bellissimo articolo di Italo Calvino (uno dei miei scrittori italiani preferiti), pubblicato nel 1965 sul quotidiano “Il Giorno”, in cui parla dell’antilingua, cioè di un italiano surreale che avrebbe contagiato la lingua italiana quotidiana, la cui sostanza è semplice e chiara. Nonostante siano passati più di 20 anni, le parole che leggiamo sono molto attuali e ci fanno riflettere sulla sorte non solo della lingua italiana, ma di tante altre lingue che si confrontano ogni giorno con i forestierismi e con la tendenza che molti settori e “intellettuali” hanno di complicare una lingua semplice.

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Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985) è stato uno dei più grandi scrittori, narratori e intellettuali del Novecento.
Riporto qui di seguito il testo integrale, spero che serva a farvi riflettere su come state impostando i vostri studi di italiano:

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”.

Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.

Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loro forza, come ben dice Pietro Citati che di questo fenomeno ha dato un’efficace descrizione.

Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso ».

La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa.

Se il linguaggio «tecnologico» di cui ha scritto Pasolini (cioè pienamente comunicativo, strumentale, omologatore degli usi diversi) si innesta sulla lingua, non potrà che arricchirla, eliminarne irrazionalità e pesantezze, darle nuove possibilità (dapprincipio solo comunicative, ma che creeranno, come è sempre successo, una propria area di espressività); se si innesta sull’antilingua, ne subirà immediatamente il contagio mortale, e anche i termini «tecnologici» si tingeranno del colore del nulla.

L’italiano finalmente è nato, – ha detto in sostanza Pasolini, – ma io non lo amo perché è «tecnologico».

L’italiano da un pezzo sta morendo, – dico io, – e sopraviverà soltanto se riuscirà a diventare una lingua strumentalmente moderna; ma non è affatto detto che, al punto in cui è, riesca ancora a farcela.

Il problema non si pone in modo diverso per il linguaggio della cultura e per quello del lavoro pratico. Nella cultura, se lingua «tecnologica» è quella che aderisce a un sistema rigoroso, – di una disciplina scientifica o d’una scuola di ricerca – se cioè è conquista di nuove categorie lessicali, ordine più preciso in quelle già esistenti, strutturazione ne più funzionale del pensiero attraverso la frase, ben venga, e ci liberi di tanta nostra fraseologia generica. Ma se è una nuova provvista di sostantivi astratti da gettare in pasto all’antilingua, il fenomeno non è positivo né nuovo, e la strumentalità tecnologica vi entra solo per finta.

Ma il giusto approccio al problema mi pare debba avvenire al livello dell’uso parlato, della vita pratica quotidiana. Quando porto l’auto in un’officina per un guasto, e cerco di spiegare al meccanico che «quel coso che porta al coso mi pare che faccia uno scherzo sul coso», il meccanico che fino a quel momento ha parlato in dialetto guarda dentro il cofano e spiega con un lessico estremamente preciso e costruendo frasi d’una funzionale economia sintattica, tutto quello che sta succedendo al mio motore.

In tutta Italia ogni pezzo della macchina ha un nome e un nome solo, (fatto nuovo rispetto alla molteplicità regionale dei linguaggi agricoli; meno nuovo rispetto a vari lessici artigiani), ogni operazione ha il suo verbo, ogni valutazione il suo aggettivo. Se questa è la lingua tecnologica, allora io credo, io ho fiducia nella lingua tecnologica.

Mi si può obiettare che il linguaggio – diciamo così. – tecnico-meccanico è solo una terminologia; lessico, non lingua. Rispondo: più la lingua si modella sulle attività pratiche, più diventa omogenea sotto tutti gli aspetti, non solo, ma pure acquista «stile».

Finché l’italiano è rimasto una lingua letteraria, non professionale, nei dialetti (quelli toscani compresi, s’intende) esisteva una ricchezza lessicale, una capacità di nominare e descrivere i campi e le case, gli attrezzi e le operazioni dell’agricoltura e dei mestieri che la lingua non possedeva.

La ragione della prolungata vitalità dei dialetti in Italia è stata questa. Ora questa fase è superata da un pezzo: il mondo che abbiamo davanti, – case e strade e macchinari e aziende e studi, e anche molta dell’agricoltura moderna, – è venuto su con nomi non dialettali, nomi dell’italiano, o costruiti su modelli dell’italiano, oppure d’una interlingua scientifico-tecnico-industriale, e vengono adoperati e pensati in strutture logiche italiane o interlinguistiche. Sarà sempre di più questa lingua operativa a decidere le sorti generali della lingua …

Il dato fondamentale è questo: gli sviluppi dell’italiano oggi nascono dai suoi rapporti non con i dialetti ma con le lingue straniere. I discorsi sul rapporto lingua-dialetti, sulla parte che nell’italiano d’oggi hanno Firenze o Roma o Milano, sono ormai di scarsa importanza. L’italiano si definisce in rapporto alle altre lingue con cui ha continuamente bisogno di confrontarsi, che deve tradurre e in cui deve essere tradotto …

La nostra epoca è caratterizzata da questa contraddizione: da una parte abbiamo bisogno che tutto quel che viene detto sia immediatamente traducibile in altre lingue; dall’altra abbiamo la coscienza che ogni lingua è un sistema di pensiero a sé stante, intraducibile per definizione. Il libro ormai famoso di Georges Mounin (di cui è imminente un’edizione italiana adattata dalla stesso autore con esempi italiani) ha detto tutto quel che può essere detto sulla possibilità e l’impossibilità di tradurre, e non credo ci sia per ora nulla da aggiungere, se non sul piano delle previsioni del futuro.

Le mie previsioni sono queste: ogni lingua si concentrerà attorno a due poli: un polo di immediata traducibilità nelle altre lingue con cui sarà indispensabile comunicare, tendente ad avvicinarsi a una sorta di interlingua mondiale ad alto livello; e un polo in cui si distillerà l’essenza più peculiare e segreta della lingua, intraducibile per eccellenza, e di cui saranno investiti istituti diversi come l’argot popolare e la creatività poetica della letteratura.

L’italiano, nella sua anima lungamente soffocata, ha tutto quello che ci vuole per tenere insieme l’uno e l’altro polo: la possibilità d’essere una lingua agile, ricca, liberamente costruttiva, robustamente centrata sui verbi, dotata d’una varia gamma di ritmi della frase.

L’antilingua invece esclude sia la comunicazione traducibile, sia la profondità espressiva.

La situazione sta in questi termini: per l’italiano trasformarsi in una lingua moderna equivale in larga parte a diventare veramente se stesso, a realizzare la propria essenza; se invece la spinta verso l’antilingua non si ferma ma continua a dilagare, l’italiano scomparirà dalla carta linguistica d’Europa come uno strumento inservibile.

Tratti da: La Nuova questione della lingua, a cura di O. Parlangeli, Brescia, Paideia. 1971; precedentemente in “Il Giorno”, 3-2-65.

Fateci sapere nei commenti cose ne pensate 🙂

Arrivederci e buona lettura!

Claudia V. Lopes

Buon San Valentino!

Ciao a tutti!

In quasi tutto il mondo, oggi si festeggia il Giorno degli Innamorati, conosciuto anche come Il giorno di San Valentino. Vi siete mai chiesti, però, qual è origine di questo giorno così speciale?

Historia magistra vitae: i Lupercalia, festa di purificazione nell'antica  Roma | Lanterna
Andrea Camassei, Lupercalia, Museo del Prado, circa 1635

Questa festività prende il nome dal santo e martire cristiano San Valentino da Terni, un comune italiano, capoluogo dell’omonima provincia, in Umbria. Nel 496, papa Gelasio I la sostituì alla precedente festa pagana delle Lupercalia (in italiano “Lupercali”), una festa di purificazione che veniva celebrata a Roma dal 13 al 15 febbraio, in onore di Luperco, antico dio latino.

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(San Valentino di Lucas Cranach, Galleria delle arti figurative di Vienna. Crediti immagine Wikipedia)

San Valentino, secondo la leggenda, sarebbe stato il primo religioso a celebrare l’unione fra un legionario pagano e una giovane cristiana. Inoltre, si dice che, un giorno, vide due giovani fidanzati che litigavano e decise di farsi avanti, offrendo loro una rosa. Pregò loro di riconciliarsi, mentre i giovani insieme stringevano il gambo della rosa, facendo attenzione a non pungersi. Il Santo pregò anche il Signore che proteggesse e mantenesse vivo in eterno il loro amore.

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Dopo qualche tempo, la coppia gli chiese di benedire il loro matrimonio. Quando la storia si diffuse, la gente incominciò ad andare in pellegrinaggio dal vescovo di Terni il 14 di ogni mese, giorno destinato alle benedizioni. Dopo la morte di San Valentino, la data fu ristretta solo al mese di febbraio.

Comunque, come accade a tutte le festività di origini pagana, non è facile accertare, appunto, le origini di questa ricorrenza. Secondo un’altra tesi, forse la più affidabile, San Valentino sarebbe diventato il protettore degli innamorati grazie al circolo di Geoffrey Chaucer (1343 – 1400), uno scrittore, poeta, cantante, burocrate e diplomatico inglese, considerato il padre della letteratura inglese. Nel suo poema onirico Il parlamento degli uccelli, Geoffrey associa la ricorrenza al fidanzamento di Ricardo II d’Inghilterra con Anna di Boemia, per cui è visto come una delle prime prove del giorno di San Valentino come festività dedicata all’amore.

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(Biglietto d’auguri di san Valentino, circa 1910. Crediti immagine Wikipedia)

E quando ebbero inizio i festeggiamenti dedicati al giorno di San Valentino nel mondo? Nei paesi anglosassoni, le prime testimonianze risalgono al XIX secolo, con lo scambio delle famose “Valentine”, cartoline e bigliettini d’amore decorate con dei motivi romantici, esattamente come quelli che troviamo in commercio. Poi, con il passare del tempo, la tradizione di inviare delle cartoline d’amore si stese anche agli altri paesi. Oggi, oltre alle cartoline, gli innamorati si scambiano anche scatole di cioccolatini, fiori, profumi, pupazzi, gioielli, spesso durante una bella cenetta romantica.

Arrivederci e buon San Valentino a tutti!

Claudia Valeria Lopes

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Sul vocabolo “assai”

Ciao a tutti!

Era ormai da un po’ di tempo che volevo scrivere un post sul vocabolo “assai”. Qualche tempo fa una persona mi ha corretto quando l’ho usato. Addirittura mi ha detto che era un vocabolo 100% dialettale! Ma come stanno veramente le cose? Vi dico la verità: non sono poche le volte che lo trovo nei libri di autori famosi di fine Ottocento e inizio Novecento.

Dando un’occhiata in rete, ho trovato alcuni forum in cui si discuteva sulla sorte di questo vocabolo nei giorni nostri. A quanto sembra, è usato maggiormente nell’Italia meridionale (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia), indicando un uso piuttosto regionale e/o dialettale.

Come tanti di voi lo sanno, ho vissuto per sette anni in provincia di Lecce (mio marito è nato da quelle parti), e mi ricordo di aver sentito spesso questo vocabolo, e non soltanto quando parlavano in dialetto, il quale capisco completamente.

Mappa delle regioni d’Italia

È vero, questo vocabolo è ormai caduto in disuso soprattutto al centro e al nord Italia da almeno tre decade ma, al contrario di quanto si possa pensare, “assai” è ITALIANISSIMO e lo troviamo su tutti i vocabolari di lingua italiana usato nei seguenti casi:

Come modificatore di un aggettivo:

  • Una donna assai bella. (molto)
  • Questo libro è assai interessante. (molto)
  • Ho comprato una borsa assai costosa. (molto)

Come avverbio semplice è adoperato soprattutto nell’Italia meridionale, come abbiamo già accennato:

  • Oggi ho mangiato assai.
  • Ti amo assai.
  • Lui ha parlato assai, ma non ha concluso niente.

Con il senso di “a sufficienza, abbastanza”:

  • Ho già fatto assai oggi.

Sempre nel sud Italia, principalmente in Sicilia, l’avverbio “assai” viene adoperato, erroneamente, come aggettivo:

  • Alla festa c’erano assai bambini. (molti, parecchi)

Nell’ambito familiare con uso antifrastico, cioè opposto, con il significato di nulla, niente: 

  • So assai io! (non so nulla) 
  • M’importa assai di lui. (non mi importa niente)
Proverbio - l’assai basta e il troppo guasta!

Sinonimi – molto, tanto, parecchio, abbastanza, sufficientemente
Contrario – scarsamente, insufficientemente

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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Bibliografia di base per l’elaborazione dei post:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana online
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Mangiare Mangiare Mangiare


Gli stranieri, in generale, credono che le uniche pietanze italiane siano gli spaghetti, le polpette, la pizza, il risotto, ma sarà veramente così?


Come sapete l’Italia è divisa in 20 regioni e ognuna è specializzata in qualcosa di delizioso utilizzando tecniche e ingredienti locali. Quindi, sarebbe impossibile eleggere un unico piatto per rappresentare la gastronomia italiana.

L’Italia è un Paese in cui le persone hanno opinioni serie su quale forma di pasta si abbina meglio a quale tipo di salsa o ingrediente, per esempio: spaghetti alla puttanesca, spaghetti alla carbonara, pasta e ceci, pasta e basilico, pasta e patate ecc.

E dove si mangia la migliore pizza in Italia? Beh, lo dicono tutti! Per l’esperienza della pizza più autentica, dovrai recarti nel luogo in cui è nata la pizza Margherita: Napoli.

Bologna ha il miglior Parmigiano Reggiano…

La Sicilia ha i deliziosi cannoli…

La Lombardia è famosa per il risotto…

La Costiera Amalfitana è la migliore per il limoncello…

Roma è nota per la carbonara…

Questi sono solo alcuni esempi della ricchezza della cucina/gastronomia italiana! Ovviamente, ci sono tantissimi altri piatti ugualmente deliziosi. Dopotutto, mi viene da pensare che se la protagonista del film Mangiare Pregare Amare, interpretata da Julia Roberts, sceglie l’Italia per il suo itinerario gastronomico un buon motivo ci sarà stato . In realtà, lei non avrebbe potuto fare una scelta migliore! La cultura alimentare e gastronomica italiana è molto presente nella vita quotidiana degli italiani, tanto quanto lo è la politica, la religione e il calcio (non necessariamente in quest’ordine!).

Julia Roberts nel film Mangiare Pregare Amare

Arrivederci e buon studio!

Cláudia Valéria Lopes

Hai spifferato tutto!

La lingua italiana, come tutte le lingue, ha delle sfumature speciali, soprattutto per quanto riguarda i vocaboli che vengono usati in senso figurato.


Quando vivevo in Italia, esattamente in Salento, sentivo spesso dalla gente che era molto importante individuare gli spifferi d’aria a casa e chiuderli perché, secondo le loro credenze, potevano far scattare un po’ di disaggi e malanni al corpo, come: dolori al collo, alla cervicale, alla schiena e anche il mal di testa! Se fino a quel momento non sapevo, per esempio, che cosa fossero i dolori cervicali, ho imparato in loco e in poco tempo.

Vi dico la verità, non ho mai visto un popolo così terrorizzato dai colpi d’aria in generale e dai disaggi che esso può portare. Alla fine, credo di esserne diventata pure io un po’ terrorizzata.

chiudere gli spifferi
Cambio delle guarnizioni di una finestra per chiudere gli spifferi

Quindi, cos’è uno spiffero? Questo vocabolo, che deriva dal verbo “spifferare”, è niente più niente meno che il soffio di vento, cioè la corrente d’aria che penetra attraverso una fessura: la stanza dell’albergo, dove ho pernottato a Firenze, era piena di spifferi; si sente uno spiffero dalla finestra, è meglio che lo individui. Quindi, spifferare significa soffiare (aria o vento) da una fessura: nella stanza dei bambini spiffera un’aria fredda dalla porta che dà sul balcone.

Tuttavia, il verbo spifferare ha un’altra connotazione molto interessante ed è usato soprattutto nei confronti delle persone che vanno in giro raccontando cose riservate e senza alcun riguardo: Carla ha spifferato a tutti il segreto che le avevo confidato, quindi è una spifferona (maschile spifferone) e, in poche parole, ha fatto una spifferata.

Comunque, anche una macchina può avere degli spifferi! Anni fa abbiamo comprato una Fiat Punto usata che sembrava a posto. Poi, quando è arrivato l’inverno, ci siamo accorti che era piena di spifferi, motivo per cui morivamo di freddo anche con il riscaldamento accesso.

Cláudia Valéria Lopes

 

Rosso come un papavero

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi parleremo del colore rosso e di alcune espressioni in cui esso viene usato. Il rosso, come sapete, è uno dei colori primari insieme al blu e al giallo, di cui parleremo prossimamente. Ma cos’è un colore primario? È un colore che non discende dalla mescolanza di altri; dai colori primari hanno origine tutti gli altri colori che conosciamo.

Tarsila do Amaral - 42 Kunstwerke - Malerei
Autoritratto ou Le Manteau Rouge, 1923. Olio su tela. 28 3/4 23 1/2 pollici. (73 x 60 cm). Collezione: Museo Nazionale di Belle Arti, Rio de Janeiro.

Quindi, il colore rosso è il colore del sangue vivo, nonché uno dei sette colori fondamentali dell’iride, cioè dell’arcobaleno: mi piace il vino rosso; mi ha regalato delle belle rose rosse; mi piacciono le ragazze con i capelli rossi. In determinate circostanze, possiamo anche avere gli occhi rossi, magari a causa di un’allergia o perché abbiamo pianto: Carlo ha gli occhi rossi, forse ha pianto; oggi ho gli occhi rossi perché sono irritati.

Oltre ad avere gli occhi rossi, può capitare ad alcune persone (me compresa) di diventare rosse sulle guance, e le cause possono essere tante: sbalzi di temperatura, intensa rabbia o imbarazzo, ingestione di certi alimenti o bevande alcoliche/calde. Mi è capitato una volta, tanti anni fa, di diventare rossa come un peperone dopo aver mangiato una pesca! Da quel giorno non l’ho mai più mangiata, sicuramente ci sono diventata allergica.

Inoltre, il colore rosso è simbolo di emozioni vivaci e forti, di energia e eccitazione. Normalmente, serve a stimolare l’energia mentale e fisica, diventando quindi il colore ideale per coloro che hanno bisogno di stimolo e movimento. Il rosso ha la capacità di richiamare la nostra attenzione e di risvegliare, in maniera immediata, i nostri sensi, riportando la nostra mente al momento presente, alla realtà.

Alcuni verbi derivati dal vocabolo “rosso”:

  1. arrossire: farsi rosso in viso, specie per un’intensa emozione: Serena arrossisce facilmente; in senso figurato vergognarsiPablo non arrossisce mai, anche quando si vergogna.
  2. arrossare: far diventare qualcosa rosso; chiazzare qualcosa di rosso: la luce arrossa gli occhi.

Sostantivo derivato dal vocabolo “rosso”:

  1. arrossamento: acquisizione di un colore rosso, rossastro: arrossamento cutaneo

Aggettivo derivato dal vocabolo “rosso”:

  1. rossiccio: che ha una sfumatura rossa, che dà sul rosso: Pietro ha una bellissima barba rossiccia.

Alcune espressioni:

  1. rosso come un pomodoro
  2. rosso come un rubino
  3. rosso come un papavero
  4. rosso come un gambero
  5. rosso come una fragola
  6. rosso come un peperone

Magari vi sarete chiesti come mai ho inserito l’immagine del quadro della pittrice brasiliana Tarsila do Amaral? La risposta è semplice: ogni volta che penso al colore rosso mi viene in mente esattamente il rosso con cui ha pitturato il mantello della donna. Quale immagine vi viene in mente quando pensate al colore rosso?

Claudia V. Lopes

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La transitività verbale: questa sconosciuta

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi, parleremo di un argomento che suscita molta confusione negli studenti stranieri in generale: la transitività verbale che, come vedrete, è molto più facile di quanto non sembri.

Verbo transitivo

Il verbo si dice transitivo quando l’azione passa direttamente dal soggetto (persona, animale o cosa) che la compie all’oggetto che la riceve o subisce. Per completare l’azione, il verbo transitivo ammette il complemento oggetto, che può essere un sostantivo o qualsiasi altra parte del discorso, la cui funzione è quella di completare, appunto, il suo significato:

a) La bambina ha rotto la bambola

la bambina – soggetto

la bambola – complemento oggetto di ha rotto.

b) Luisa ama Federico

Luisa – soggetto

Federico – complemento oggetto di ama.

c) I ragazzi hanno mangiato la torta alle fragole.

i ragazzi – soggetto

la torta alle fragole – complemento oggetto di hanno mangiato.

Attenzione: Il verbo “rompere” può essere transitivo e intransitivo e, in entrambi i casi, verrà coniugato con l’ausiliare AVERE nei tempi composti.

Verbo intransitivo

Il verbo si dice intransitivo quando NON può avere un complemento oggetto ma un complemento indiretto (complemento di specificazione, di termine, di mezzo, ecc.)che si unisce agli altri elementi della frase non direttamente, ma mediante una preposizione:

La ragazzina è andata via con la sua amichetta – (con la sua amichetta: complemento di compagnia)

Chiara ha dormito per tre ore – (per tre ore: complemento di tempo)

L’auto sosta nel parcheggio – (nel parcheggio: complemento di lugo).

Per sapere se un verbo è transitivo o no, basta rispondere alle seguenti domande: chi?,che cosa?

Il verbo mangiare, per esempio, risponde alla domanda che cosa?

– Che cosa hai mangiato?
– Ho mangiato un panino.

Il verbo vedere risponde alle domande chi? e che cosa?

 Chi hai visto?
– Ho visto Carlo.

– Che cosa avete visto?
– Abbiamo visto un gatto nero.

Naturalmente, i verbi di moto, come andare o salire, non rispondono a queste domande e sono quindi INTRANSITIVI.

Da quello che abbiamo imparato oggi, i verbi si distinguono in transitivi e intransitivi, secondo il rapporto che essi stabiliscono con il soggetto e con gli altri elementi della frase. Per quanto riguarda la lingua italiana, credo che sia molto importante sapere che quando adoperiamo i verbi nei tempi composti, dobbiamo coniugarli con gli ausiliari ESSERE o AVERE.

Tutti i verbi coniugati nei tempi composti con l’ausiliare ESSERE sono INTRANSITIVI, ma non tutti i verbi INTRANSITIVI vengono coniugati con l’ausiliare ESSERE; ci sono alcuni pochi verbi intransitivi che si coniugano con l’ausiliare AVERE, come camminare e viaggiare.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

Bibliografia di base per l’elaborazione dei post:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana online

Arriva la Befana!

Ciao a tutti!

Domani in Italia si commemora una delle feste più amate dai bambini: la Befana!

Il termine befana deriva dal latino epiphanĭa che è, appunto, il nome popolare dell’Epifania, una festa cristiana celebrata dodici giorni dopo il Natale, esattamente il 6 gennaio.

L‘Epifania tutte le feste le porta via è un proverbio molto popolare in Italia di sfondo religioso, che si riferisce alla manifestazione di Gesù ai Re Magi. Ecco perché è diventata una tradizione, a loro ricordo, fare dei regali ai bambini e, in tempi recenti, anche agli adulti:

A) I bambini aspettavano con impazienza la Befana.
B) Per la Befana il marito le ha fatto trovare due biglietti per Parigi.

Ma chi è la Befana? È la personificazione dell’Epifania, la vecchietta bruttissima ma benefica, che scende di notte per la cappa del cammino e lascia nelle scarpe o nelle calze dei bambini buoni doni e dolciumi. Attenzione, a quelli cattivi la Befana lascia dei pezzi di carbone!

Il vocabolo befana, adoperato in senso figurato, indica sia una donna brutta sia i regali che si fanno in occasione dell’Epifania:

A) S’è sposato quella befana!
(raramente si usa per il maschio “befano”, cioè uomo brutto).

B) Che bella befana hai fatto ai bambini!

Due versioni della filastrocca della Befana:

La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
con le toppe alla sottana:
Viva, viva la Befana!

La befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
porta un sacco pien di doni
da regalare ai bimbi buoni.

Ne conoscete altre?

Non vi dimenticate di lasciare un piattino con dei dolcetti, qualche mandarino e un bicchiere di vino alla Befana, altrimenti non vi lascerà nulla.

Buona Befana a tutti!

Claudia V. Lopes