La punteggiatura della lingua italiana

Ciao a tutti!

Oggi cominceremo un percorso di grande importanza nella lingua italiana: la punteggiatura, ossia un sistema di segni che serve a riprodurre graficamente, nella lingua scritta, le pause, le interruzioni, gli stati d’animo tipici della lingua parlata. Tuttavia l’uso della punteggiatura varia molto da una lingua all’altra è viene definito dall’insieme di regole della lingua stessa.

Leggete il seguente testo:

Una volta in inverno inoltrato mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume una regina cuciva seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano e mentre cuciva e alzava gli occhi per guardare la neve si punse un dito e tre gocce di sangue caddero nella neve il rosso era così bello su quel candore che ella pensò fra sé avessi un bambino bianco come la neve rosso come il sangue e nero come il legno della finestra.

(brano tratto dal libro infantile Biancaneve)

Siete riusciti a capire ciò che avete letto? La lettura vi è sembrata faticosa o scorrevole? Adesso rileggete lo stesso brano con tutti i segni di punteggiatura e di interruzioni inseriti al loro posto:

Una volta, in inverno inoltrato, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva seduta accanto a una finestra dalla cornice d’ebano. E, mentre cuciva e alzava gli occhi per guardare la neve, si punse un dito e tre gocce di sangue caddero nella neve. Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò fra sé: “Avessi un bambino bianco come la neve, rosso come il sangue e nero come il legno della finestra!.”

Una Biancaneve incantevole nel cosplay di Saya: la principessa Disney nella  vita vera

Sicuramente avete letto il secondo brano in un modo molto più scorrevole riguardo al primo, non è vero? Questo perché la punteggiatura l’ha reso leggibile e comprensibile.

Purtroppo, con l’avvento dell’internet, il nostro modo di comunicare è cambiato tantissimo. La comunicazione è diventata più veloce, immediata, informale e diretta. Anche la punteggiatura che vediamo tutti i giorni nei social, nelle chat, nei messaggi e così via è molto diversa da quella usata nella lingua scritta: il punto e virgola è scomparso insieme alla virgola! Dall’altra parte, abbiamo visto il proliferarsi delle faccine, dei puntini di sospensione e dei punti interrogativi ed esclamativi, che servono a dare tono (e colori) ai nostri pensieri e stato d’animo.

Nella lingua italiana, i segni di punteggiatura sono:

il punto ( )
la virgola ( )
il punto e virgola ( )
i due punti ( )
il punto esclamativo ( )
il punto interrogativo ( )
i puntini di sospensione (  )
le virgolette ( «» o o )
la barra obliqua ( )
le parentesi (( ))
le lineette ()

Adesso facciamo un piccolo esercizio? Nelle seguenti frasi inserite la virgola dove è necessario:

a) La zia di Carlo che abita a Roma è una professoressa di storia.
b) Preferite un caffè un tè o un succo?
c) Ho telefonato a Giulio e con molto tatto gli ho detto ciò che era successo.
d) Dato che non mi ascolti me ne vado.
e) Marta come ben sai è una brava pianista.
g) Francesco si alzò all’improvviso si diresse verso il portone l’aprì e se n’andò senza dire una parola.

le-soluzioni-dell-esercizio-sulla-virgola

Per oggi può bastare, nei prossimi post studieremo ogni singolo segno di punteggiatura della lingua italiana. Fatemi sapere com’è andato l’esercizio, va bene?

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

Se il post vi è piaciuto, fatecelo sapere nei commenti!

Bibliografia:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana.

Le pulizie di casa!

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi, parleremo delle pulizie di casa che da millenni sono un obbligo quasi tutto al femminile. Comunque non ho intenzione di essere polemica ma didattica! Dunque, oggi imparerete delle nuove paroline ed espressioni che potete (uomini e donne) usare nell’ambiente domestico nel momento di pulire la vostra casa. Siete pronti/e?

Prima o poi toccherà a tutti noi (o quasi tutti) di dover dedicarsi alle pulizie in casa, anche quando sarebbe molto più interessante fare un milione di altre cose, come uscire con gli amici, leggere, dormire oppure non fare niente.

Sapete che cosa significa “fare le pulizie di primavera“? Quando arriva la bella stagione, si aprono tutte le porte e finestre, si tolgono tende, tendine e tappeti, si lava e si pulisce tutto di cima a fondo. In realtà, con l’arrivo del primo caldo, si spengo i riscaldamenti e, quindi, è il momento di iniziare a pulire la nostra casa: nei mesi invernali apriamo molto di meno la casa rispetto a quelli primaverili ed estivi.

Che cosa fare durante le pulizie di primavera? Pulire e spolverare a fondo tutta la casa, togliere le ragnatele, pulire i lampadari, lavare gli infissi e porte, togliere le tende, lavare persiane e tapparelle, lavare i vetri, fare il cambio degli armadi, approfittando per buttare gli abiti che non usate da un secolo!

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Il marito che aiuta nella pulizia di casa, così dev’essere!

Ecco alcuni verbi importanti e utili per le vostre pulizie (troverete anche altri significati/senso figurato):

1) pulire – togliere ciò che insudicia, macchia, ecc.: pulire la casa, il pavimento, bagno.

Senso figurato: perfezionare, limare uno scritto: pulire l’articolo prima della stampa.

2) spolverare – ripulire dalla polvere: spolverare i mobili, le poltrone, i libri, un vestito; 

senso figurato: svuotare un ambiente, portando via ciò che contiene: i ladri hanno spolverato l’appartamento; in senso scherz., mangiare con ingordigia, facendo sparire tutto il cibo: Carlo ha spolverato il pranzo.

3) spazzare – ripulire con la scopa o altro arnese simile: spazzare la casa, il cortile, le scale, le strade, il pavimento.

senso figurato: perlopiù rafforzato da via, eliminare, distruggere qualcosa, farne piazza pulita; mangiare, divorare il cibo disponibile: hanno spazzato via tutto!

4) lavare – rendere pulito usando acqua o altre sostanze detergenti: lavare i vetri con la spugna; lavare i pani sporchi, i pavimenti; lavare le verdure; lavarsi la faccia.

senso figurato: lavare i panni sporchi in famiglia, risolvere le questioni gravi all’interno della famiglia

5) lucidare – rendere lucido: lucidare l’argenteria, il pavimento.

altro significato: eseguire o ricalcare un disegno su apposita carta semitrasparente (carta lucida) che ne permette la riproduzione multipla.

6) strofinare – passare ripetutamente la mano o un oggetto sopra una superficie, esercitando maggiore o minore pressione: strofinare il tavolo con un panno; strofinare un abito con una spazzola.

altro significato: sfregare una parte del proprio corpo: strofinare le mani, gli occhi.

7) sfregare – fregare forte e ripetutamente su una superficie con la mano o con un oggetto: sfregare la superficie di un tavolo.

altro significato: toccare di striscio qualcosa: la sedia sfrega contro il mobile.

Oltre la pulizia, magari ci toccheranno anche altre faccende domestiche!

L’aspirapolvere è l’elettrodomestico che usiamo per togliere, appunto, la polvere dei pavimenti e non solo! I prodotti solubili in acqua che usiamo per pulire la casa e i vari oggetti si chiamano detersivi o detergenti. C’è il detersivo per le stoviglie e il detersivo per il bucato.

Adesso è ora di riposare, spero che non vi siate stancati troppo.

Arrivederci e alla prossima pulizia!

Claudia Valeria Lopes

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Là o lì – qual è la differenza?

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi tratteremo di un argomento che suscita dei dubbi agli studenti non italofoni:  e lì. Di primo acchito, ci viene spontaneo dire che entrambi sono sinonimi perfetti, ma la differenza c’è, anche se sottilissima. Nel complesso,  e  significano “in quel luogo“, dunque cerchiamo di capire queste piccole sfumature secondo alcuni dizionari della lingua italiana:

– indica in genere un luogo distante da chi parla e da chi ascolta (ma con minore determinatezza dell’avverbio , con cui ha molti usi in comune):

Dove devo mettere il libro?
Mettilo là sopra.

Alcune espressioni con 
di làÈ partita di là ieri sera.
da làDa là al club ci vorrà mezz’ora.
fin làAnna è arrivata fin là.
quello/quella làDammi quello là; con valore spregiativo: dov’è andata quella là?
Là unito a un avverbio
là fuori, là dentro, là intorno, là sopra, là sotto, ecc.

–  indica in genere un luogo non molto lontano da chi parla o da chi ascolta, e con più esattezza dell’avverbio :

Dove devo mettere il libro?
Mettilo lì sopra.

Alcune espressioni con 
di lìÈ partito ora di lì.
da lìDa lì all’università ci sono due ore di cammino.
fin lìSiamo arrivati fin lì.
di lìSono entrata di lì.
per lìSiamo passati per lì.
 unito a un avverbio
lì dentro, lì accanto, lì sopra, lì sotto,  ecc.

Quindi la differenza è, per così dire, minima: là indica un luogo decisamente lontano da chi parla e ascolta e  un luogo non molto lontano e leggermente più preciso da chi parla e ascolta.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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Buon Ferragosto a tutti!

L’Italia, come si sa, è ricca di tradizioni, soprattutto quelle legate alle festività estive. Una delle più famose è, senza dubbio, il Ferragosto – festeggiato il 15 agosto -, punto di partenza alle tanto sognate vacanze degli italiani.

Questa festività è stata istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C., unendosi alle già esistenti e antiche celebrazioni del mese di agosto come la Vinalia Rustica e la Consualia, in cui veniva celebrato il dio Conso, una delle più antiche divinità agrarie romane. In quell’occasione, si commemoravano anche la vendemmia e la chiusura dei principali lavori agricoli con grandi banchetti, musica e mercati. Durante i festeggiamenti, in tutto l’Impero, i cavalli e gli animali da soma come buoi, asini, muli e cavalli erano usati per le gare.

È importante sottolineare che molte di queste tradizioni, assimilate dal cristianesimo, durano fino ai giorni nostri praticamente invariate, ad esempio il Palio dell’Assunta, tenutosi a Siena il 16 agosto. Il termine palio (dal latino pallium) non era altro che il mantello offerto come premio ai vincitori delle gare ippiche che si svolgevano nella Roma Antica. Inoltre, era consuetudine che, a quel tempo, i contadini rendessero omaggio ai signori e ai proprietari di terra, ricevendo in cambio un premio in denaro (la mancia), tradizione radicatasi nel Rinascimento e assimilata dalla Chiesa Cattolica. In realtà, trattasi di una festa pagana che si tornò cattolica nel V secolo circa, periodo in cui si cominciò a celebrare l’Assunzione di Maria in Cielo. Secondo questa tradizione, “Maria, la madre di Gesù, terminato il corso della vita terrena, fu trasferita in Paradiso, sia con l’anima che con il corpo, cioè fu assunta, accolta in cielo”.

Palio di Siena

Ai giorni d’oggi, il Ferragosto, per la maggior parte degli italiani, non è altro che un giorno di vacanza. Infatti, quasi la metà degli italiani sceglierà di muoversi per trascorrere questo giorno di festa a casa di parenti o amici, al mare, in campagna o in montagna.

L’anguria non può mancare nelle scampagnate di Ferragosto!

Di solito, le famiglie e gli amici si riuniscono per fare una bella scampagnata in cui non può mancare l’anguria! Molti giovani, e anche gli adulti, preferiscono festeggiare al mare, organizzandosi già il giorno prima per fare un falò (anche se è ormai vietato) sulla spiaggia, con tanta musica, danza, prelibatezze e bevande. Spesso la festa finisce all’alba del 15 agosto.

Buon Ferragosto a tutti!

Claudia Valeria Lopes

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CHIUSO PER VACANZE

Cari amici e amiche,

Come sapete, questo è il periodo delle vacanze scolastiche ed estive in Europa, e fra non molto si parte, in tanti lo hanno già fatto: parto domani sera per il Brasile, il mio paese d’origine.

Vorrei ringraziarvi della vostra preziosa compagnia in questi mesi, ma, soprattutto, del sostegno e della fiducia che avete dato ad Affresco della Lingua Italiana.

A presto!

Claudia Valeria Lopes

LO STUDIO DEI VERBI ITALIANI PER STUDENTI STRANIERI

Se vivete in Italia, potete ordinare 𝓛𝓸 𝓼𝓽𝓾𝓭𝓲𝓸 𝓭𝓮𝓲 𝓿𝓮𝓻𝓫𝓲 𝓲𝓽𝓪𝓵𝓲𝓪𝓷𝓲 𝓹𝓮𝓻 𝓼𝓽𝓾𝓭𝓮𝓷𝓽𝓲 𝓼𝓽𝓻𝓪𝓷𝓲𝓮𝓻𝓲, a soli 27€, direttamente dal sito della casa editrice (Youcanprint.it)! Oppure dall’AMAZON, se vivete in altri Paesi. Cosa aspettate!

𝒮𝒾𝓃𝑜𝓈𝓈𝒾:

Libro di verbi italiani strutturato in modo dinamico che riunisce sia la teoria sia la pratica, nonché le più significative difficoltà che uno studente straniero affronta quando comincia a studiare la lingua italiana. Per esempio, troverete: c’è e ci sono, mi piace e mi piacciono, la coniugazione nei tempi composti e gli ausiliari da usare (essere e avere) in presenza dei verbi servili e così via, la concordanza dei tempi (consecutio temporum) ecc. Il presente libro è utile ad approfondire la lingua italiana per gli studenti che già ne hanno una certa padronanza.

La nascita della letteratura volgare in Italia – I poeti della Scuola Siciliana

Cari lettori e care lettrici,

Questo sarà il nostro secondo post dedicato alla nascita della letteratura volgare in Italia. La volta scorsa, abbiamo preso conoscenza de “La carta Capuana“, uno dei primi documenti legali in volgare italiano del 960. Oggi, invece, parleremo dei poeti della Scuola Siciliana appartenenti alla corte di Federico II di Svezia.

Spunti di storia e cultura

Il regno di Sicilia, durante la seconda metà del XIII secolo, comprendeva tutta l’Italia meridionale. Questo fu un periodo di particolare equilibrio politico-amministrativo e di grande prosperità economica per merito di alcune iniziative di Federico II di Svezia – imperatore tedesco nato a Jesi, provincia di Ancona (1194 – 1250): fondazione dell’Università di Napoli (1224), le costituzioni Melfitane (1231), in cui veniva ribadita l’autorità del sovrano rispetto ai potentati feudali.  

Università di Napoli Federico II, fondata nel 1224 da Federico II

L’amor cortese

Sin dalla fine del XII secolo ci sono esempi isolati di poesie in volgare. Tuttavia, si dovrà aspettare il XIII secolo per poter parlare di una nascita vera e propria per quanto riguarda la letteratura in volgare in lingua italiana.

La corte dell’imperatore Federico II a Palermo, dipinto da Arthur von Ramberg, 1865

L’imperatore Federico II e altri funzionari laici della sua corte scrivevano poesie in volgare italiano molto raffinato. In realtà, questi poeti dilettanti, spesso privi di vero talento poetico, denominati, appunto, poeti della Scuola Siciliana, componevano versi e rime il cui tema centrale era l’amore cortese (o fin’amor), basato sul modello della poesia francese dei trovatori provenzali.

La tematica principale trattata dai poeti siciliani era l’amore, sia dal punto di vista teorico (cos’è l’amore, come nasce e quali sono i suoi effetti) sia l’amore feudale verso la donna amata, come prova di omaggio e devozione. In realtà, tra le righe delle loro poesie, il poeta cercava di stabilire una comunicazione attraverso immagini e segnali accolti soltanto dalla donna di cui era innamorato.

(L’amor cortese – crediti Web)

Chi erano questi poeti?

L’identià dei poeti, che fecero parte della scuola siciliana, ci è pervenuta attraverso il manoscritto Vaticano Latino 3793, una raccolta di poeti (canzonieri) italiani del Duecento, compilato da un copista toscano e conservato presso la Biblioteca apostolica Vaticana. In realtà, l’appellativo “siciliani” non designava tanto la provenienza geografica dei poeti ma, piuttosto, la loro appartenenza alla corte di Federico II; non tutti i poeti che ne fecero parte erano di origine siciliana, alcuni provenivano dalla Puglia, dalla Calabria e, addirittura, dal nord Italia.

I poeti della Scuola siciliana furono circa ventiquattro, attivi nel ventennio compreso tra il 1230 e il 1250. La loro produzione poetica influenzò la produzione culturale delle città ghibelline dell’Italia Centrale, come per esempio Bologna, città dove visse Guido Guinizzelli, padre del Dolce Stil Novo e amico di Dante Alighieri.

Da molto giovane, Dante si dedicò alla poesia diventando amico di Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, entrambi poeti come lui. Inizialmente, le sue rime erano in perfetta sintonia con la maniera del Dolce Stil Novo (anche StilnovismoStil novo o Stilnovo), un importante movimento poetico italiano sviluppatosi tra il 1280 e il 1310 a Bologna e poi a Firenze, il cui precursore fu Guido Guinizzelli, poeta e giudice italiano (morto nel 1276).

700 anni dalla morte di dante alighieri

Poeti, sonetti e poesie

In una delle sue canzoni, Giacomino Pugliese, rimatore appartenente alla Scuola Siciliana, e del quale non si ha molte notizie, ricorda il momento doloroso della separazione dalla donna amata:

La dolce cera piagente

(Giacomino Pugliese)

La dolce cera piagente
e gli amorosi sembianti
lo cor m’alegra e la mente,
quanto mi pare davanti.
Sì volontieri la vio
la boca ch’io basciai;
quella cui io amai
ancor l’aspetto e disio.
L’aulente bocca e le menne
e lo petto le cercai,
fra le mie braza la tenne;
basciando mi dimandai:
Messer, se venite agire ,
nom facciate adimoranza ,
ché non n esti bona usanza
lasciar l’amore e partire.
Allotta ch’eo mi partivi
Madonna, a Dio v’acomando;
la bella guardò ver mivi,
sospirava lagrimando.
Tant’erano li sospire,
c’a pena mi rispondia;
e la dolze donna mia
non mi lassava partire.
lo non fuivi sì lontano,
che lo mio amor v’ubriasse,
e non credo che Tristano
Isaotta tanto amasse.
Quando vegio l’avenente,
infra le donne aparire,
lo cor mi trae di martire
e ralegrami la mente

Giacomo da Lentini (1210 circa – 1260 circa), conosciuto come Iacopo/Jacopo da Lentini o, semplicemente, “Il Notaro“, fu un poeta e notaio italiano appartenente alla Scuola Siciliana, considerato l’ideatore del sonetto:

Oi deo d’amore, a te faccio preghera

(Giacomo da Lentini)

Oi deo d’amore, a te faccio preghera
ca mi ’ntendiate s’io chero razone:
cad io son tutto fatto a tua manera,
aggio cavelli e barba a tua fazzone,

ad ogni parte aio, viso e cera,
e seggio in quattro serpi ogni stagione;
per l’ali gran giornata m’è leggera,
son ben[e] nato a tua isperagione.

E son montato per le quattro scale,
e som’asiso, ma tu m’ài feruto
de lo dardo de l’auro, ond’ò gran male,

che per mezzo lo core m’ài partuto:
di quello de lo piombo fa’ altretale
a quella per cui questo m’è avenuto.

Giacomo da Lentini (dettaglio di una miniatura trecentesca, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – crediti Wikipedia

Spero che l’argomento del nostro post di oggi vi sia piaciuto. Nel prossimo parleremo dei poeti del Dolce Stil Nuovo.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

Bibliografia:

  1. SALINARE, Carlo. Profilo storico della letteratura italiana, Giunti, 1991.
  2. FERRONI, Giulio. Profilo storico della letteratura italiana, Einaudi Scuola, 2008.
  3. L’Italia è cultura – Letteratura. Edilingua.

Il vocabolo “bello” come aggettivo

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi approfondiremo alcuni usi del vocabolo “bello” con ruolo di aggettivo. Spesso gli studenti stranieri trovano un po’ di difficoltà nell’usare quest’aggettivo. Quindi fate molta attenzione agli esempi!

Il vocabolo bello viene dal latino bĕllu(m) ‘carino’, in origine diminutivo di bŏnus ‘buono’, e può significare:

1) Che ha un aspetto gradevole; che piace, che suscita piacere estetico:

  • Luca è veramente un bel ragazzo (anche un buon ragazzo)
  • Mia nipote ha begli occhi.
  • In Italia ci sono dei bei palazzi.
  • A Lecce c’è una bell’architettura barocca.
  • Hai scritto un bel saggio su Pirandello. (anche un buon/ottimo saggio)

– L’anno prossimo andrò in Italia.
– Che bello!

Collage Lecce – Wikipedia

In senso generico indica ciò che è apprezzabile, ben riuscito, ben fatto, comodo, agevole ecc.:

  • Finalmente, ho trovato un bel (un buon) lavoro.
  • I bambini hanno fatto una bellissima gita scolastica.
  • I Rossi hanno comprato una bella (buona) casa.
  • Che bel profumo.
  • begli anni = gioventù
  • bella intelligenza, bell’ingegno = vivaci, acuti; persona intelligente
  • bei modi, belle maniere = cortesia, garbo, gentilezza

Proverbio: Non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piaceDiminutivo: bellino, belluccio.

2) Moralmente buono; onorevole; apprezzabile:

– Carlo ha compiuto un bel gesto/una bell’azione.
– Quello che hai fatto è molto bello.

Ad Otranto c’è un bel mare.

3) Buono, sereno, calmo (detto di aspetti della natura):

  • Oggi c’è bel tempo (anche buon tempo)
  • Ad Otranto c’è un bel mare (anche buon mare, a seconda del contesto)
  • Che bella giornata! (buona giornata è l’augurio)
  • La bella stagione = primavera ed estate.

4) In alcune espressioni può avere valore rafforzativo, anche in senso ironico:

  • si tratta di una bella cifranon ti dico proprio un bel niente; è un bel pezzo d’asino; 
  • che bella figura hai fatto; bella roba!; bell’amico che è!
  • dirne, sentirne, vederne delle belle = cose spiacevoli, sgradevoli, o anche curiose strane, incredibili: es.: Nella mia vita ne ho viste delle belle.
  • questa è bella! = per esprimere stupore, meraviglia.

Vorrei fare una piccola osservazione riguardo al superlativo “buonissimo” che tanti stranieri usano al posto di altri aggettivi più adatti: ho mangiato una pizza buonissima; hai cucinato degli spaghetti buonissimi; è buonissimo questo gelato; l’allievo ha scritto un testo bellissimo (un ottimo testo, un buon testo, un testo interessante). Avrete capito, sicuramente, che il superlativo “buonissimo” è adoperato maggiormente per quanto riguarda il mangiare in generale. Per essere più sicuri dell’uso degli aggettivi in questione, consultate un buon vocabolario.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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Alcune particolarità dell’imperfetto indicativo

Ciao a tutti!

Qualche tempo fa, vi ho proposto un post sull’imperfetto indicativo in cui sono stati approfonditi alcuni aspetti anche dal punto di vista etimologico. Oggi continueremo a parlare di altre particolarità legate a questo tempo verbale che sembra avere mille facce. Eccone alcune:

1) L’imperfetto storico (o narrativo), che andava particolarmente di moda nell’Ottocento e nel primo Novecento, era usato per dare un tono epico alla narrazione, ma anche per creare nei lettori la vaga impressione di una documentazione fotografica:

  • Tra il 1925 e il 1928 Moravia scriveva Gli indifferenti.
  • Wolfgang Amadeus Mozart moriva il 5 dicembre 1791.

Tuttavia, questo uso diventa sempre più sporadico, anche se lo troviamo ancora nei racconti per bambini e nei gialli:

  • C’era una volta una bella fanciulla chiamata Biancaneve.
  • Era notte fonda quando il malvivente veniva arrestato dalla polizia.
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Biancaneve – Crediti immagine: Walt Disney

2) Imperfetto ipotetico  è spesso adoperato per sostituire le forme verbali di altri modi come il condizionale e il congiuntivo:

  • Se arrivavi in tempo, ti raccontavo tutto. (forma colloquiale che deve essere evitata nello scrivere)

P.S.: Secondo la norma colta, la forma corretta è “Se fossi arrivato in tempo, ti avrei raccontato tutto.

Questa costruzione può essere anche usata per fare riferimento ad avvenimenti presenti, contemporanei al momento dell’enunciazione:

  • Se eri più responsabile, studiavi di più per l’esame di domani. (forma colloquiale)
P.S.: Secondo la norma colta, la forma corretta è "Se (tu) fossi più responsabile, studieresti di più per l'esame di domani".

Sinceramente, è meglio usare l'imperfetto al posto del congiuntivo che dire "se saresti più responsabile...", uso condannato e erroneo in assoluto!

3) L’imperfetto può sostituire anche il condizionale passato in un modo, a mio vedere, ottimale:

  • Perché ti sei comportato in questo modo? Non dovevi! (al posto di “non avresti dovuto.”)

Spero che l’argomento di oggi sia stato interessante e vi sia piaciuto, a breve parleremo di altri modi e tempi verbali.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes 

Lo studio dei verbi italiani per studenti stranieri a breve in tutte le piattaforme mondiali!

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Bibliografia:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana.

Cos’è l’apostrofo e a che cosa serve?

Ciao a tutti!

Alzi la mano chi non ha mai avuto problemi al momento di usare l’apostrofo (italiani compresi)! Cos’è l’apostrofo e quando lo dobbiamo usare?

Nell’ortografia italiana, l’apostrofo () viene usato quando occorre l’elisione (dal lat. elidĕre, comp. di ĕx- ‘via da’ e edĕre ‘danneggiare’.), cioè, la caduta della vocale atona finale di una parola di fronte alla vocale iniziale della parola successiva. L’elisione è normale con gli articoli una, lo, la, con gli aggettivi (adoperati al singolare) quello e bello: la artel’arte, una ape – un’ape, sullo usciosull’uscio, nello internonell’interno, quello uomoquell’uomo, bello uccellobell’uccello, ecc.

Da questo punto, credo che sia interessante ripassare l’uso dell’apostrofo dopo l’articolo indeterminativo. Quindi fate molta attenzione!

Un va adoperato davanti ai nomi maschili che cominciano per consonante, tranne s impura, z, x e i gruppi pn, ps, i digrammi gn, sc, con uso corrispondente a quello dell’articolo determinativo il: un libro, un giocatolo, un liquore, un elmo, ecc.

Uno va adoperato davanti ai nomi maschili che cominciano per s impura, z, x, i gruppi pn, ps, i digrammi gn, sc e la semiconsonante i, nomi che iniziano per Y come uno yoghurt, uno yacht ecc, con uso correspondente a quello dell’articolo determinativo lo: uno scivolo, uno xilofono, uno pneumatico, uno psicologo, uno gnomo, uno schiavo.

Una (un’) va adoperato davanti ai nomi femminili, elidendosi in un’ davanti a vocale (ma non davanti a i semiconsonante), con uso analogo a quello dell’articolo determinativo la: una casa, una donna, una favola, una iena, ma un’amica, un’isola, un’arena.

Il bambino è sullo scivolo! (lo scivolo – uno scivolo)

ATTENZIONE!

UN senza l’apostrofo si usa davanti a parola maschile che comincia per vocale: un uomo, un anno, un uccello. UN’ con l’apostrofo si usa davanti a parola femminile che comincia per vocale: un’amica, un’idea, un’aiuola.

L’apostrofo viene usato anche per indicare alcuni casi di troncamento nella seconda persona dell’imperativo dei verbi dare, dire, fare, stare, andare (dai – da’, dici -di’, fai -fa’, stai -sta’).

Un uomo e NON un’uomo, nessun altro e NON nessun’altro, alcun amico e NON alcun’amico, buon appetito e NON buon’appetito!

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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Libro sullo studio dei verbi italiani per studenti stranieri in arrivo!

Cari amici e care amiche,
Finalmente, oggi invierò alla casa editrice il manoscritto definitivo del libro di verbi per studenti stranieri che ho scritto per voi. Quindi, in una settimana circa sarà disponibile su tutte le piattaforme mondiali sia in formato cartaceo sia in formato Ebook.

In questo libro ho messo non solo la mia passione per la lingua italiana ma, soprattutto, la mia esperienza e i miei più di 20 anni di studio. La lingua italiana è diventata la mia compagna di vita, la lingua nella quale riesco a esprimere i miei più profondi sentimenti.
Auspico di cuore che questo libro sia utile per i vostri studi e che possa aiutarvi quando avrete dubbi riguardo alla coniugazione dei verbi.

Ovviamente, appena sarà del tutto disponibile, vi farò sapere!
Vi abbraccio e grazie della vostra compagnia.

Lo studio dei verbi italiani per studenti stranieri

Claudia Lopes 🧡