Buon Ferragosto a tutti!

L’Italia, come si sa, è ricca di tradizioni, soprattutto quelle legate alle festività estive. Una delle più famose è, senza dubbio, il Ferragosto – festeggiato il 15 agosto -, punto di partenza alle tanto sognate vacanze degli italiani.

Questa festività è stata istituita dall’imperatore Augusto nel 18 a.C., unendosi alle già esistenti e antiche celebrazioni del mese di agosto come la Vinalia Rustica e la Consualia, in cui veniva celebrato il dio Conso, una delle più antiche divinità agrarie romane. In quell’occasione, si commemoravano anche la vendemmia e la chiusura dei principali lavori agricoli con grandi banchetti, musica e mercati. Durante i festeggiamenti, in tutto l’Impero, i cavalli e gli animali da soma come buoi, asini, muli e cavalli erano usati per le gare.

È importante sottolineare che molte di queste tradizioni, assimilate dal cristianesimo, durano fino ai giorni nostri praticamente invariate, ad esempio il Palio dell’Assunta, tenutosi a Siena il 16 agosto. Il termine palio (dal latino pallium) non era altro che il mantello offerto come premio ai vincitori delle gare ippiche che si svolgevano nella Roma Antica. Inoltre, era consuetudine che, a quel tempo, i contadini rendessero omaggio ai signori e ai proprietari di terra, ricevendo in cambio un premio in denaro (la mancia), tradizione radicatasi nel Rinascimento e assimilata dalla Chiesa Cattolica. In realtà, trattasi di una festa pagana che si tornò cattolica nel V secolo circa, periodo in cui si cominciò a celebrare l’Assunzione di Maria in Cielo. Secondo questa tradizione, “Maria, la madre di Gesù, terminato il corso della vita terrena, fu trasferita in Paradiso, sia con l’anima che con il corpo, cioè fu assunta, accolta in cielo”.

Palio di Siena

Ai giorni d’oggi, il Ferragosto, per la maggior parte degli italiani, non è altro che un giorno di vacanza. Infatti, quasi la metà degli italiani sceglierà di muoversi per trascorrere questo giorno di festa a casa di parenti o amici, al mare, in campagna o in montagna.

L’anguria non può mancare nelle scampagnate di Ferragosto!

Di solito, le famiglie e gli amici si riuniscono per fare una bella scampagnata in cui non può mancare l’anguria! Molti giovani, e anche gli adulti, preferiscono festeggiare al mare, organizzandosi già il giorno prima per fare un falò (anche se è ormai vietato) sulla spiaggia, con tanta musica, danza, prelibatezze e bevande. Spesso la festa finisce all’alba del 15 agosto.

Buon Ferragosto a tutti!

Claudia Valeria Lopes

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Parlare e dire: qual è la differenza?

Possono sembra sinonimi ma non lo sono: i verbi “parlare” e “dire” hanno significati diversi e vengono usati distintamente.


Oggi parleremo di due verbi che causano non pochi problemi agli studenti non italofoni che studiano la lingua italiana: parlare dire, che non sono assolutamente sinonimi. Se farete una piccola ricerca su qualsiasi dizionario monolingue d’italiano, troverete tantissimi significati e usi diversi del verbo “parlare”; qui di seguito elenchiamone alcuni:

1 – Esprimersi con la voce articolando i suoni in modo compiuto: è piccolina, ma parla già così beneAnna era così emozionata, che non riusciva a parlarecerca di parlare in modo corretto; parlare in modo sgarbato, forbito.

2 – Comunicare per mezzo del linguaggio, esprimere i pensieri e i sentimenti attraverso le parole: posso cominciare a parlare?mentre parlo, non mi interrompa!perché parli senza riflettere?;

3 – Rivolgersi a qualcuno: mi hai sentito? Sto parlando con te!;

4 – Conversare, avere un colloquio con qualcuno: sono stata tutta la sera a palare con Anna; avrei bisogno di parlarti al più presto;

5 – Senso figurato: di cosa, essere particolarmente espressivo: i tuoi occhi parlano; suscitare determinati sentimenti: lei è una persona che parla al cuore della gente, ecc.; di cose, sentimenti, idee e sim., manifestarsi con fatti o con parole: lasciar parlare la coscienza.

Alcune espressioni con il vocabolo “parlare”

Parliamo d’altro?Cambiamo discorso?
I fatti parlano da soli.Non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni.
Non se ne parla neanche!Nemmeno per idea!
Non si parlano più.Hanno litigato/non si rivolgono più la parola.
Parlare a braccio, a braccia.Parlare senza l’aiuto di un testo scritto, improvvisando.
Parlare del più e del meno.Parlare di argomenti diversi e poco importanti.
Se ne parla in giro.È un fatto di cui tutti parlano.
Bada a come parli.Attento a quello che dici.

Adesso faremo un piccolo elenco dei principali significati e usi del verbo “dire“, che, come vedrete, è molto diverso dal verbo “parlare”:

1 – Comunicare a parole (cioè per mezzo del palare), enunciare: posso dirti una cosa?ha parlato per ore e ore e alla fine non ha detto nientedevi dire tutto quello che sai;

2 – Dichiarare, esporre: non ho più nulla da dirti; spiegare, dimostrare: fatti di dire come dobbiamo risolvere il problema; descrivere: dimmi com’è la tua stanzetta;

3 – Raccontare, trattare: mi puoi dire quello che hai fatto?; mi hai detto una bugia, per caso?;

4 – Affermare; dico che è ora di prendere una decisione; intendere: quella ragazza, dico, non quell’altra; riferire: per favore, non dirlo a nessuno;

5 – Esprimere: come si dice “casa” in tedesco?; essere grammaticalmente corretto; non si dice “se io avrei”; essere conveniente: questo non si dice!

Alcune espressioni con il vocabolo “dire”

Dire di sì, di no.Affermare, negare.
Vuole sempre dire la suaintervenire, mettere bocca
Per meglio direper essere più precisi
È tutto dire!Non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni
Dire la Messa.Celebrarla.
Aver da dire, a che dire con qualcuno.Avere ragioni di diverbio.
Non faccio per dire.Faccio sul serio.
Dirla lunga su qualcosa o qualcuno,Significare molto.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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Quel dolce far niente

Ciao a tutti!

Conoscete l’espressione “dolce far niente”? Essa risale all’epoca di Plinio il giovane e di Tiberio: ci sono le vacanze romane in una villa e una ragazza evoca per un’amica 𝒊𝒍𝒍𝒖𝒅 𝒊𝒖𝒄𝒖𝒏𝒅𝒖𝒎 𝒏𝒊𝒉𝒊𝒍 𝒂𝒈𝒆𝒓𝒆 (quel dolce far niente).

Sicuramente, è un’espressione conosciutissima all’estero, soprattutto dagli studiosi della lingua e della cultura italiane, il cui significato da dizionario è: stato d’ozio felice e spensierato. Tuttavia, per gli italiani, essa non significa una mera noia oppure una parte della giornata senza obblighi, ma riguarda il concetto stesso di godersi il tempo che è soltanto nostro, in cui possiamo vivere la nostra vita senza avere alcun tipo di pensiero negativo o stress. In realtà, la connotazione è quella di lasciarsi andare per un momento, ammirare un quadro, una vista ma anche assaggiare qualcosa di veramente buono capace di accendere e aguzzare tutti i nostri sensi, regalandoci piacevoli sensazioni.

Mangia, Prega, Ama

Se avete visto il film “Mangiare, Pregare, Amare”, vi ricorderete della famosa scena in cui la protagonista (interpretata da Julia Roberts) vive in pieno il vero significato dell’espressione “dolce far niente” in loco, cioè Italia, regalandosi dei momenti unici e sinestetici. La trama del film riguarda una scrittrice che decide di intraprendere nuove strade per ripristinare la sua energia vitale e per ritrovarsi sé stessa, scegliendo di visitare prima l’Italia, poi l’India e alla fine Bali; ognuno di questi paesi è rappresentato nel titolo del film attraverso un verbo essenziale, pieno di significato: Italy-eat, India-pray, Bali-love.


Fateci sapere nei commenti se sapete vivere/godere la vita allo stile del dolce far niente.
Vi abbraccio!
Claudia

L’origine della pasta

Vi siete mai chiesti chi sia stato l’inventore della pasta? Chi avrà avuto questa magnifica idea? Andiamo a curiosare un po’! Comunque sia, la pasta è stata, senz’ombra di dubbio, una delle creazioni più geniali di tutti i tempi.


Anche se la pasta è un orgoglio gastronomico italiano, nonché uno dei simboli di italianità più conosciuti al mondo, dobbiamo dire che non sono stati gli italiani gli unici a partecipare alla sua invenzione. Eh, sì! Le sue origini, infatti, sono molto più antiche di quanto non crediamo e vanno dalle valli cinesi dell’Estremo Oriente alle aree mediterranee della Penisola Italica.

La storia ci racconta che la pasta era già ampiamente conosciuta e adoperata ai tempi della Magna Grecia (Sud Italia) e dell’Etruria (regione storico-geografica dell’Italia Centro-Occidentale), anche se veniva chiamata in altri modi. Nella regione dell’Etruria, per esempio, la pasta veniva chiamata láganon (dal greco), oppure makária o makarṓnia – etimo di radice mediterranea, etrusca e magnogreca -, col significato di “cibo beato”, offerto in cerimonie funebre. Questi ultimi, una volta entrati a far parte del vocabolario latino, cominciarono ad essere usati dalla gente sotto forma verbale in alcune zone dell’Italia meridionale [a]’maccari (probabilmente benedire, essere felice), che a sua volta ha dato origine ai termini dialettali maccaruni/maccaroni e, infine, a “maccheroni”.

Per quanto riguarda, invece, il termine latino lagănum – che era usato per indicare un impasto di acqua e farina tirato e tagliato a strisce, da quanto ho potuto capire, sembra che avesse in comune con le lasagne attuali soltanto la forma. Difatti, si trattava di una sorta di frittella o focaccia, molto probabilmente di origine greca.

Il contributo cinese

Conoscete i noodles? Sicuramente li avete già mangiati. Questi sottili spaghetti (fatti con farina di mais) sono una parte fondamentale della tradizione alimentare e gastronomica in tantissimi paesi asiatici (Cina, Corea, Giappone ecc.). Quindi, andando indietro nel tempo, scopriamo che le prime testimonianze riguardo a qualcosa che si somigli, per esempio, ai nostri spaghetti, risalgono a circa 4000 anni fa, in una zona del Nord-Ovest della Cina. Tuttavia, in altre parti del Paese, gli spaghetti erano fatti con la farina di frumento oppure di leguminose, come quella di soia. In realtà i cinesi non usavano la farina di semola o di grano duro che è, invece, l’ingrediente base della pasta italiana.

La pasta in Italia: un’eredità araba

Le prime testimonianze scritte dell’esistenza della pasta nella Penisola Italiana risale alla fine del 1100, dove arrivò grazie alla dominazione araba in Sicilia. Allora, dov’è il contributo italiano in tutta questa faccenda? La risposta è che l’Italia è stata la prima a preparare la lagana (lagănum) con la farina di frumento dai romani. Questo tipo di pasta, fatta con farina e acqua, ha un particolare formato, come abbiamo visto anteriormente, che si somiglia alle lasagne che troviamo nei supermercati.

Per quanto riguarda, invece, l’origine della pasta secca, anche in questo caso non è l’Italia a ottenere da sola il primato! Le sue origini sono arabo-italiane, con la Sicilia come protagonista: il geografo arabo Ruggero II di Sicilia descrisse, nel 1154, la località di Trabia, un villaggio vicino a Palermo, narrando su un tipo di pasta filiforme (un cibo fatto di farina in forma di fili) chiamata triyah, esportata in tutta l’area del Mediterraneo. Gli arabi furono anche gli inventori della tecnica di essicazione della pasta, che permetteva di conservarla durante i loro peregrinaggi nel deserto, nonché dei maccheroni, cilindretti di pasta forata al centro.

Marco Polo (Venezia, 15 settembre 1254 – Venezia, 8 gennaio 1324) è stato un viaggiatore, scrittore, ambasciatore e mercante italiano, cittadino della Repubblica di Venezia.

Comunque sia, la tradizione vuole che sia stato Marco Polo, nel 1295, a portare la pasta all’Occidente, dopo averla mangiata in Cina. Ovviamente, non possiamo saperlo al 100%! Il fatto è che già agli inizi del 14° secolo si hanno testimonianze di pastifici a Genova. Dunque, da questo punto, possiamo dire che sia i cinesi sia gli italiani sono stati i grandi inventori della pasta, anche se in due modalità diverse, che si sono sviluppate in parallelo e in modo indipendente nella notte dei tempi.

Arrivederci e buon appetito!

Claudia Lopes

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Enciclopedie online consultate:

Wikipedia, Treccani, Sapere.it

Sull’avverbio “manco”

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi impareremo alcuni usi dell’avverbio “manco”, che deriva dal latino măncu(m): manco, mutilo; difettoso, manchevole. Nell’italiano contemporaneo è una forma esclusivamente dell’uso colloquiale, anche se può comparire in scritture informali, che riproducono il linguaggio parlato. Quindi fate attenzione agli esempi per capire quando e come lo possiamo usare!

1) Uso familiare e popolare in situazioni di negazione totale (nemmeno, neanche):

1 – Ieri non avevo manco un soldo per mangiare!

2 – Quando mi ha visto alla festa manco si è ricordata chi io fossi.

3 – Vuoi venire con noi a fare un’arrampicata?
Manco per sogno!/manco morto!/ manco col cavolo! (assolutamente no!)

4 – Non ne ho incontrato manco uno per aiutarmi.

Osservazione: Troverete l’avverbio “manco” anche in ambito antico e letterario: “rimossi dalla terra i beati fantasmi, salvo solamente Amore, il manconobile di tutti …” (Leopardi)

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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Verbo “fare”: il jolly della lingua italiana

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi parleremo dell’uso eccessivo che si fa del verbo “fare” sia nel parlato sia nello scritto. La lingua italiana s’impoverisce ogni giorno che passa, poiché viene usato un numero illimitato di vocaboli ai danni di tanti altri che servirebbero ad arricchire il nostro vocabolario sia degli italiani sia degli stranieri che studiano la lingua italiana.

Il verbo fare è uno di quei verbi considerati jolly della lingua italiana, che assume svariate funzioni e va bene dappertutto. Infatti, lo si preferisce al posto di innumerevoli verbi molto più adatti e corretti dal punto di vista semantico e grammaticale.

Ecco l’elenco (NON ESAUSTIVO) di alcune espressioni comuni con il verbo “fare” con accanto la forma considerata più corretta:

1) fare la cena = preparare/cucinare la cena

Dobbiamo preparare/cucinare la cena per venticinque persone.

2) fare il tema di italiano – svolgere il tema di italiano

Gli studenti hanno svolto il tema di italiano.

3) fare la strada – percorrere la strada

Per arrivare a casa mia, dobbiamo percorre tutta quella strada!

4) fare il/un contratto – stipulare il/un contratto

Hai già stipulato il contratto per i nuovi abbonati?

5) fare attenzione – prestare attenzione

Ragazzi, prestate attenzione alle spiegazioni!

6) fare pietà – suscitare pietà

Gli animali abbandonati durante le vacanze estive suscitano pietà.

7) fare i compiti – eseguire i compiti

Anna, hai già eseguito i compiti?

8)  fare l’esame – sostenere l’esame

Mio fratello ha sostenuto l’esame di maturità l’anno scorso.

9) fare la/una lezione – tenere la/una lezione

Ieri sera ho tenuto una bellissima lezione di lingua italiana.

10) Fare una buona azione – compiere una buona azione

Compiere delle buone azioni ci fa crescere come essere umani.

Altri usi particolari del verbo “fare”:

1) creare:

Dio fece il mondo in sette giorni.

2) procreare, generare; produrre:

Carla ha fatto tre figli; il pero non fa più frutti da tanti anni; 

3) realizzare, fabbricare; costruire:

Francesco fa mobili bellissimi.

4) credere, pensare:

Ti facevo ormai a Parigi! Cos’è successo?

Lo facevo più furbo.

5) emettere, versare:

Il bambino ha fatto molto sangue dal naso.

6) raccogliere, mettere insieme:

Dobbiamo fare tanti soldi per andare in Brasile.

7) esercitare un’arte, una professione, un mestiere:

Fare l’avvocato, la maestra, il falegname.

Espressioni idiomatiche con il verbo “fare”

1) Mia sorella ci sa fare (è brava) con il pianoforte.

2) Non farci caso (non badarci), vedrai che tutto si rimetterà a posto.

3) Con il mio ex non ho più niente a che fare (non ho più alcun rapporto).

4) Non posso fare a meno di te (non posso rinunciare a te).

5) Se vuoi superare l’esame, devi darti da fare (lavorare/studiare duramente, sodo).

6) Dopo tanti sacrifici, ce l’ho fatta (Ci sono riuscita)! Mi sono trovata un bel lavoro. 

7) Questa volta l’hai fatta grossa (hai combinato un grande guaio).

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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L’Indovinello Veronese – un’antica testimonianza della lingua italiana

Ciao a tutti!

Negli ultimi giorni, ha fatto un po’ di mente locale per cercare di ricordarmi quale sia stato l’argomento di una delle prime lezioni di letteratura italiana che ho avuto nel primo semestre dell’università. Ecco che mi sono ricordata dell’Indovinello Veronese!

Se pareba boves, alba pratalia araba

et albo versario teneba, et negro semen seminaba.

Traduzione

“Anteponeva a sé i buoi, bianchi prati arava,

e un bianco aratro teneva e un nero seme seminava”

Questo piccolo componimento è considerato il primo testo conosciuto scritto in un volgare italiano, da un ignoto amanuense (o copista) veronese, tra l’VIII secolo e l’inizio del IX, in forma d’appunto, presso il margine superiore di una pergamena. In realtà, si tratta di un indovinello (da cui il nome) molto comune alla letteratura tardo-latina.

Credito immagine Wikipedia

In principio, il testo fu considerato l’inizio di un “inno italico del lavoro dei campi”. Tuttavia, sembra accertato che il testo alluda all’arte dello scrivere: spingeva avanti (se è dativo) i buoi, cioè le dita, arava un bianco campo, cioè la carta, teneva un bianco arato, cioè la penna, seminava un seme nero, cioè l’inchiostro. (Salinari, 1991)

Elementi volgari presenti nel testo:

se per sibi, pareba per la terza persona singolare dell’imperfetto; il termine versorio (che indica aratro) ancora in uso nel veronese, ecc.

L’indovinello veronese è, forse, il più antico testo, di cui siamo a conoscenza, scritto in una lingua romanza – i Giuramento di Strasburgo (Sacramenta Argentariae) risalgono a cinquant’anni più tardi – e rappresenterebbe la nascita del volgare in Italia. Ovviamente, non tutti gli studiosi sono d’accordo, alcuni ritengono che si tratti ancora della lingua latina, nonostante tutti gli elementi volgari presenti nel testo.

Secondo me, l’aspetto più interessante, legato a questo piccolo testo, è che tutto ci porta a credere che l’amanuense veronese fosse consapevole di scrivere in volgare e non in un latino sgrammaticato, poiché immediatamente dopo l’indovinello segue una formula latina “Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus” (Ti ringraziamo, Dio onnipotente ed eterno).

Buono studio!

Claudia V. Lopes

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Bibliografia di base per l’elaborazione dei post (letteratura/cultura):

  1. SALINARE, Carlo. Profilo storico della letteratura italiana, Giunti, 1991.
  2. FERRONI, Giulio. Profilo storico della letteratura italiana, Einaudi Scuola, 2008.
  3. L’Italia è cultura – Letteratura. Edilingua.
  4. Treccani enciclopedia, Sapere.it, Wikipedia
  5. Materiale del Master in Didattica della Lingua Italiana come lingua seconda/L2 (Ecampus)

Essere un fiore all’occhiello

Ciao a tutti!

Conoscete l’espressione “fiore all’occhielo”? L’avete mai sentita o letta da qualche parte?

Con l’espressione “all’occhiello” s’intende, in genere, quello praticato sul risvolto (conosciuto anche come bottoniera) sinistro della giacca, adornato con un fiore per dare un tocco di eleganza al vestito, in occasione del matrimonio. Ecco da dove deriva il significato capace di evocare vanto e prestigio nelle più svariate situazioni!

Ecco alcuni esempi:

  1. La Rocca di Cesena è un fiore all occhiello della città di Cesena. Situata in pieno centro (è stato un carcere in passato), è possibile visitarla, passeggiare e osservare la città dalle mura con un paesaggio mozzafiato, nonché pranzare al suo interno.
Rocca Malatestiana (Cesena)

2. La Gioconda, di Leonardo da Vinci, è il fiore all’occhiello del Louvre.

Gioconda, Olio su tavola di pioppo (Leonardo da Vinci)

Alcune espressioni: avere un distintivo, un nastrino, una decorazione all’occhiello; mettere, infilarsi, portare un fiore all’occhiello.

Occhiello è il diminutivo di “occhio” che significa foro, spesso orlato o rinforzato con anello metallico, che viene praticato in tessuti, cuoi, cartoni, allo scopo di potervi passare legature, ganci di fibbie, lacci, ecc.

Avete un’espressione simile nella vostra lingua madre?

Buono studio!

Claudia V. Lopes

Buona Festa della Mamma!

Care mamme di questa pagina,

Affresco della Lingua Italiana vi augura una bellissima Festa della Mamma!

Per festeggiare questo giorno così speciale, vi propongo delle poesie scritte da alcuni dei più grandi poeti italiani:

Le madri non cercano il paradiso
(Alda Merini)

Le madri non cercano il paradiso,
il paradiso io l’ho conosciuto
il giorno che ti ho concepito.
Perché vuoi morire?
Non ti ricordi la tua tenera infanzia
e quanto hai giocato con me?
Perché vuoi inebriarti della tua anima?
Tu stai uccidendo tua madre
eppure non riesco a dimenticare
i gemiti del parto.
Anch’io quel giorno sono morta
quando ti ho dato alla luce,
tu sei peggio
di qualsiasi amante figlio mio
tu mi abbandoni.

Lettera a mia madre
(Salvatore Quasimodo)

Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto.

A mia madre
(Edmondo de Amicis)

Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni
mia madre ha sessant’anni e più la guardo
e più mi sembra bella.
Non ha un accento, un guardo, un riso
che non mi tocchi dolcemente il cuore.
Ah se fossi pittore, farei tutta la vita
il suo ritratto.
Vorrei ritrarla quando inchina il viso
perch’io le baci la sua treccia bianca
e quando inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso.
Ah se fosse un mio prego in cielo accolto
non chiederei al gran pittore d’Urbino
il pennello divino per coronar di gloria
il suo bel volto.
Vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei
Vorrei veder me vecchio e lei…
dal sacrificio mio ringiovanita!

La madre
Giuseppe Ungaretti

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Suplica a mia madre
(Pier Paolo Pasolini)

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Arrivederci e buona lettura!

Claudia V. Lopes

Poesia in lingua italiana: “Nulla due volte”, di Wislawa Szymborska

Ciao a tutti!

La poesia, come sappiamo, ha le sue proprie regole e i suoi ricchissimi mezzi espressivi, che possono essere impiegati per dare forma alle nostre emozioni e stati d’animo, ma anche per esprimere i nostri pensieri e riflessioni sulla vita. La poetessa polacca Wislawa Szymborska ha messo in pratica tutti questi fattori nello scrivere la bellissima poesia, tradotta in lingua italiana, chiamata Nulla due volte:

“Nulla due volte”

Nulla due volte accade
Né accadrà. Per tal ragione
Nasciamo senza esperienza,
moriamo senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
Della scuola del pianeta
Di ripeter non è dato
Le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
Qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perché tu, ora malvagia,
dài paura e incertezza?
Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e in ciò sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

Glossario:

1) senza assuefazione = senza essere abituati alla vita.
2) selciato = pavimentazione di una strada o di una piazza.
3) malvagia ora= tempo malvagio.

(Poesia tratta da Wislawa SzymborskaOpere, Milano Adelphi, 2008)

Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1º febbraio 2012) è stata una poetessa e saggista polacca.

Premiata con il Nobel nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti è generalmente considerata la più importante poetessa polacca degli ultimi anni, nonché una delle poetesse più amate dal pubblico della poesia in tutto il mondo. In Polonia, i suoi volumi raggiungono cifre di vendita (500.000 copie vendute – come un bestseller) che rivaleggiano con quelle dei più notevoli autori di prosa, nonostante Szymborska abbia ironicamente osservato, nella poesia intitolata Ad alcuni piace la poesia (Niektorzy lubią poezje), che la poesia piace a non più di due persone su mille.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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