Speriamo (in) bene

(…) se un allievo mi chiedesse se un’espressione, una struttura, un termine esiste o meno, se è corretto o meno, direi semplicemente: farò una ricerca approfondita, ci aggiorniamo alla prossima lezione.


Il post di oggi è stato ispirato a una vivace discussione su un gruppo WhatsApp del quale faccio parte (siamo tutti linguisti e professori/insegnanti brasiliani e italiani) sulle espressioni sperare bene e sperare in bene. Tutto ha avuto inizio a partire dalla domanda di uno dei membri su quale fosse la forma corretta o preferibile tra le due espressioni. Devo dire che, dopo quest’innocente domanda, si è creato quasi un braccio di ferro sul gruppo. Come succede normalmente in questi casi, molti di noi si sono affidati alla propria sensibilità linguistica e agli orecchi: “non ho mai sentito quest’espressione prima”, “nella mia regione/nel mio paese quest’espressione (non) viene usata” oppure “in Italia è preferibile la prima alla seconda”.

Prima di parlare di ciò che è corretto o sbagliato, vorrei fare delle considerazioni che riguardano un argomento che ci aiuta moltissimo nel momento del “giudizio finale”: la varietà linguistica. Se studiate o avete studiato l’italiano all’università, sapete esattamente a che cosa mi riferisco: una varietà linguistica è la forma di una determinata lingua usata dai suoi parlanti, e questo include dialettiaccentiregistri e stili ecc., nonché la lingua standard. Le varietà possono essere considerate a livello lessicale, regionalismi e espressioni idiomatiche, tenute spesso con riferimento allo stile o al livello formale, chiamato anche registro.

Per quanto riguarda il significato di “dialetto”, secondo Luigi Beccaria, questo non avrebbe “un valore semantico univoco ed assoluto non ambiguo né a livello di uso, né a livello di impiego scientifico” (Beccaria, Dizionario di Linguistica, 2004); il termine “lingua”, invece, viene spesso associato con la lingua standard, mentre il “dialetto” viene associato con le varietà non standard, le cui caratteristiche sarebbero meno prestigiose o “corrette” rispetto, appunto, a quella standard.

Con il passare degli anni e grazie all’affermarsi della sociolinguistica, sono stati proposti altri concetti per formalizzare i piani a seconda dei quali una lingua può cambiare.

La sociolinguistica è una banca degli studi linguistici che mette a confronto linguaggio e società, concependo la lingua come un organismo vivo, cioè non astratto e tanto meno immutabile.

Dunque, per analizzare una lingua, i sociolinguisti hanno elaborato le cosiddette “variabili” che si trovano alla base del fenomeno delle varietà linguistiche:

  • analisi diacronica – studio e valutazione dei fatti linguistici considerati secondo una prospettiva evolutiva (o sviluppo dei fatti linguistici nel tempo);
  • analisi diatopica – studio e valutazione dei fatti linguistici considerati secondo la collocazione geografica dei parlanti (provenienza o posizione geografica);
  • analisi diamesica – studio e valutazione dei fatti linguistici considerati secondo il rapporto con il mezzo que può essere fisico e ambientale, i quali costituiscono il supporto della comunicazione (testi orali, testi scritti);
  • analisi diastratica – studio e valutazione dei fatti linguistici considerati secondo il rapporto con l’estratazione e la collocazione sociali dei parlanti (provenienza socio-culturale, età, sesso, livello di istruzione);
  • analisi diafasica – studio e valutazione dei fatti linguistici considerati secondo il rapporto con il contesto situazionale in cui si dà la comunicazione ( il contesto, gli interlocutori, le circostanze o le finalità della comunicazione).

Adesso, riprendiamo le espressioni tema di questo post: sperare bene e sperare in bene (il primo bene è un avverbio e il secondo un sostantivo). Sul dizionario online Sabatini Coletti le due espressioni vengono contemplate, nonostante alcuni di noi abbiano detto che non l’avevo mai sentita oppure che si trattava di un regionalismo lombardo. A dire il vero, sul dizionario non c’è accanto l’informazione tra parentesi (reg.), cioè non si tratta di una variante diatopica:

  1. Sperare bene (anche le varianti – speriamo!, lo spero!, vorrei sperare!) espressione con cui ci si augura che accada quanto si desidera, usata alla terza persona plurale: lunedì ho l’esame di matematica, speriamo bene! (spero di passarlo)
  2. Speriamo in bene! – esclamazione che auspica esisti favorevoli, usata anche alla terza persona plurale.

Ad ogni modo, sperare di per sé è un verbo che denota fiducia, speranza, desiderio: oggi spero una bella notizia; (introdotta da di e chespero di averti aiutato con i tuoi problemi; spero che tutto finisca bene. Lo stesso vale per la forma sperare in …, che indica riporre speranza, confidare in qualcuno o in qualcosa, per cui “sperare in Dio”. Considerando tutto ciò che è stato detto, adesso conoscete tutte le sfumatura di queste due espressioni, ambedue corrette e facenti parte della lingua italiana.

La discussione si è talmente accesa (nel senso buono) che uno dei membri del gruppo ha proposto il dubbio su un altro gruppo di cui fa parte dedicato alle Lingue regionali e minoritarie d’Italia. Le risposte sono state svariate: alcune conoscevano sperare in bene, altri hanno detto che non l’avevano mai sentita, altri che addirittura non “suonava bene” e che quella più corretta su tutto territorio nazionale dovrebbe essere “speriamo bene”.

Tutto questo ci fa pensare che non esiste un monolinguismo totale e assoluto quando abbiamo a che fare con le lingue, soprattutto, quelle vive e che coesistono con altre lingue o dialetti come succede con la lingua italiana (diglossia). Le lingue cambiano/evoluiscono in continuazione a livello fonetico, fonologico, morfologico, sintattico, semantico senza che ce ne accorgiamo. E c’è un altro fattore molto importante: siamo noi i parlanti che facciamo delle scelte linguistiche, che preferiamo o prediligiamo determinati termini/espressioni/strutture piuttosto che altri.

Dopotutto, in quanto insegnante di portoghese e italiano, se un allievo mi chiedesse se un’espressione, una struttura, un termine esiste o meno, se è corretto o meno, direi semplicemente: farò una ricerca approfondita, ci aggiorniamo alla prossima lezione.

Claudia V. Lopes

Bibliografia di base per l’elaborazione dei post:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. DUCI, Gianfranca e DI ROSA, Silvana – Grammatica pratica e scrittura. Petrini Editore, Borgaro (BO), 2009.
  5. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  6. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana.
  7. BECCARIA, Gian Luigi, Dizionario di linguistica e di filologia, metrica, retorica. Torino, Einaudi, 2004.

Pubblicato da Affresco della Lingua Italiana

Cláudia Valéria Lopes è nata a Rio de Janeiro, Brasile. Nel 2001 si laureò in Lingue straniere (portoghese e italiano) presso l’UFRJ – Universidade Federal do Rio de Janeiro. È traduttrice e insegnante di portoghese e italiano. Ha vissuto in Italia per sette anni, periodo in cui ha potuto approfondire le sue conoscenze della lingua italiana e dare continuità ai suoi studi. Ha lavorato per due anni come lettrice di lingua portoghese (norma brasiliana ed europea) presso l’Università degli Studi di Bari. Dal 2009 vive in Svizzera, dove lavora nel campo dell’e-learning, traduttrice (le sue lingue di lavoro sono: portoghese, italiano, inglese e tedesco) e insegnante di portoghese e italiano. Claudia è fondatrice, amministratrice e redattrice del Blog, della pagina Facebook di Affresco della Lingua Italiana e del canale Youtube. Attualmente segue un Master in Didattica della Lingua Italiana come Lingua Seconda/L2 (E-Campus)

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