La notte di Halloween

Ciao a tutti!

Nella notte del 31 ottobre, in quasi tutto il mondo, si celebra l’Halloween. Nonostante sia una festa tipicamente americana, è ormai conosciuta e celebrata in quasi tutto il mondo. In Italia l’Halloween è una tradizione relativamente recente che risale a qualche decennio, ma che ogni anno diventa sempre più popolare. L’originale elaborazione italiana di “Tricks or treat?” era, in principio, “Offri o soffri?“, che giocava proprio sull’omofonia delle parole originali. Oggi la domanda più diffusa e conosciuta in Italia è “Dolcetto o scherzetto?“.

L’Halloween ha le sue origini non nella cultura americana come si suole pensare, ma nella cultura celtica, e il suo nome deriva proprio da “All Hallows’ Eve”: hallow = santo; eve = vigilia. Il termine designava, fino al XVI secolo, la vigilia del giorno di tutti i Santi – noto popolarmente come Ognissanti – celebrato il 1° novembre.

Dolcetti di Halloween

Come da tradizione, i bambini festeggiano la notte stregata di Halloween andando in giro di casa in casa dicendo “Dolcetto o scherzetto? Se saranno fortunati, torneranno a casa con la borsetta piena di dolcetti, noci, castagne e tante altri dolciumi e prelibatezze.

Jack-o’-lantern

Perché le zucche rappresentano questa festività?

L’usanza di Halloween è legata alla famosa leggenda dell’irlandese Jack (Jack-o’-lantern), un fabbro astuto, avaro e ubriacone, che una sera al pub incontrò il diavolo. A causa del suo stato d’ebbrezza, la sua anima era quasi nelle mani del demonio, ma astutamente, Jack gli chiese di trasformarsi in una moneta promettendogli la sua anima in cambio di un’ultima bevuta. Mise poi rapidamente il diavolo nel suo borsello, accanto ad una croce d’argento, cosicché egli non potesse ritrasformarsi. Per farsi liberare il diavolo gli promise che non si sarebbe preso la sua anima nei successivi dieci anni e Jack lo lasciò andare. Dieci anni più tardi, il diavolo si presentò nuovamente e questa volta Jack gli chiese di raccogliere una mela da un albero prima di prendersi la sua anima. Al fine di impedire che il diavolo scendesse dal ramo, il furbo Jack incise una croce sul tronco. Soltanto dopo un lungo battibecco i due giunsero ad un compromesso: in cambio della libertà, il diavolo avrebbe dovuto risparmiare la dannazione eterna a Jack. Durante la propria vita commise così tanti peccati che, quando morì, fu rifiutato dal paradiso e presentatosi all’Inferno, venne scacciato dal diavolo che gli ricordò il patto, ben felice di lasciarlo errare come anima tormentata. All’osservazione che era freddo e buio, il diavolo gli tirò un tizzone ardente, che Jack posizionò all’interno di una rapa che aveva con sé. Cominciò da quel momento a vagare senza tregua alla ricerca di un luogo in cui riposarsi. (Wikipedia)

Alcune filastrocche di Halloween

Dolcetto o scherzetto?
(Jolanda Restano)

Dolcetto o scherzetto?
Mi viene un sospetto:
se un dolce non do
che fine farò?

Scherzetto o dolcetto?
Mi fanno un dispetto!
Che fine farò
se un dolce non ho?

Dolcetto o scherzetto?
Con tutto rispetto
vi dono un dolcino:
mi date un bacino?

Scherzetto o dolcetto?
Non voglio il dispetto!
Vi porgo un dolcino
mi fate l’inchino?

Il fantasma di Halloween
(Marzia Cabano)

Un ammasso di ossa bianche
vanno a spasso sulle anche
che un po’ di rumore fanno,
mamma mia, prendo l’affanno.
Se mi volto c’è un fantasma
che mi pare abbia un po’ d’asma…
Han paura tutti quanti
nella notte di Ognissanti!

Le streghe
(Giovanni Giudici)

Per chi ci crede e chi non ci crede
parleremo delle streghe.
Dice la gente che sono vecchie
con i pidocchi fin dentro le orecchie,
con gli occhi storti e affumicati,
con i vestiti sporchi e stracciati.
Vivono dentro castelli in rovina
con gli uccellacci di rapina:
perché gufi e barbagianni
son delle streghe gli eterni compagni…
Durante il giorno stan chiotte chiotte
aspettando che faccia notte.
Ma quando è buio vispe e allegre
spiccano il volo le brutte streghe:
vanno a cavallo delle scope,
corrono come milioni di ruote.
Passano monti, passan pianure,
passano buchi di serrature;
bevono il latte dei pipistrelli,
di ragnatele hanno i capelli,
e pili dei ladri e degli assassini
vogliono fare paura ai bambini.
Cosa! Ti dicono se fai i capricci
e a far la nanna se non ti spicci.
Ma io t’insegno il modo sicuro
per inchiodare la strega al muro;
e ti spiego come fare
a ruzzolarla giù per le scale.
Se la senti che sta arrivando
non devi piangere tremando;
se cerca di farti un dispetto
non rannicchiarti nel tuo letto;
e se ti fa il solletico ai piedi
dille: – Stupida cosa ti credi?
Falle in faccia una gran risata
e la strega sarà spacciata.
Questo è il sugo dell’avventura:
la paura è di chi ha paura.
Tu falle solo «coccodé»
e ogni strega ha paura di te.
Pazza di rabbia e di spavento
se ne scappa via come il vento,
via lontano per mai più tornare:
e tu puoi andartene a russare.

Arrivederci e buon Halloween a tutti!

Claudia Valeria Lopes

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Tiziano a Vienna e la sindrome di Stendhal

Avete mai sentito che, a volte, nella vita, “ci troviamo nel posto giusto e al momento giusto”? Ecco che è capitato a me! Due settimane fa, io e mia figlia abbiamo trascorso un fine settimana a Vienna. Oltre a tutte le bellezze che abbiamo visto (Vienna è veramente stupenda!) in soli due giorni, abbiamo avuto (forse io più di lei) la fortuna di trovare, al Museo di Storia dell’Arte di Vienna (Kunst Historisches Museum Wien), la mostra dei quadri di Tiziano Vecellio, conosciuto semplicemente come Tiziano.

Da premettere che – dopo due giorni intensi in cui non abbiamo fatto altro che entrare e uscire da musei, regge, gallerie, duomi, residenze illustre ecc. – avevo gli occhi ormai offuscati, sicuramente a causa di tutte le meraviglie che abbiamo visto. Provavo, addirittura, una strana sensazione, un disaggio generalizzato occasionato, sicuramente, dal fatto di non riuscire a guardare quell’universo infinito di opere d’arte e di non essere capace di afferrarne ogni singolo dettaglio.

File:Self-portrait of Titian.jpg
Autoritratto di Tiziano, 1550, Gemäldegalerie der Staatlichen Museen zu Berlin

Dopo qualche giorno, ho condiviso alcune foto che ho scattato durante la nostra gita a Vienna su un gruppo di professori di italiano di cui faccio parte, raccontando esattamente quest’esperienza. Qualcuno mi ha detto che questo disaggio ha un nome: si chiama sindrome di Stendhal. Ne avete mai sentito parlare?

La sindrome di Stendhal è un disturbo psico-somatico che si manifesta con una sensazione di malessere diffuso associato ad una sintomatologia psichica e fisica, di fronte ad opere d’arte o architettoniche di notevole bellezza, specialmente se si trovano in spazi limitati.

Quindi, quando ho capito che avrei visto le opere originali di uno dei più importanti artisti italiani del XV/XVI secolo, ho provato una specie di allegria quasi frenetica che, fino adesso, non sono riuscita a smaltire. Non saprei descrivervi ciò che ho provato davanti ai suoi quadri, in tanti momenti mi veniva quasi da piangere, sentivo un forte stretto al petto di tanta emozione. Dopotutto, per una come me, che ha dedicato la sua vita allo studio della lingua e della cultura italiane, trovarsi davanti alle opere d’arte originali di Tiziano era qualcosa di magico e quasi surreale.

Ecco alcune foto che ho scattato, tranne la foto esterna del museo (l’ho presa da Wikipedia).

P.S.: ovviamente, era vietato scattare foto dei quadri di Tiziano.

Pochi cenni sulla sua vita

Tiziano nacque a Pieve di Cadore, provincia di Belluno, Veneto, nel 1488/90 (?) e morì a Venezia, nel 27 agosto 1576, fu uno dei più importanti esponenti della scuola veneziana – uno insieme delle correnti pittoriche che si svilupparono nell’area della Repubblica di Venezia, diffondendosi, di seguito, in tutta l’Europa.

Come avrete notato, la sua vita fu abbastanza lunga da permettergli di saggiare tutti i cambiamenti del clima culturale veneziano. Diversamente da altri artisti, Tiziano fu innovatore e poliedrico, forse uno dei pochi a creare una vera e propria “azienda d’arte”. Infatti, produsse tantissime opere d’arti ai potenti dell’epoca, suoi maggiori committenti.

Di seguito, vi faccio vedere alcuni dei quadri che ho visto alla mostra

Se volete ammirare altre opere di Tiziano, andate a curiosare in Google Arts, lì troverete non solo quasi tutti i suoi quadri, ma anche altre informazioni sulla loro dimensione, tecnica pittorica e ubicazione.

Arrivederci e Buona visione!

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Assolutamente sì o assolutamente no?

Ciao a tutti!

Negli ultimi anni, si è visto prendere il sopravvento avverbi detti olofrastici come assolutamente. In linguistica, il termine olofrastico è adoperato per designare quelle parole il cui significato equivale a un’intera frase: basta pensare alle particelle  e no, certoaffatto, e le interiezioni eccograzie. Quindi fate molta attenzione agli esempi e ai contesti in cui possiamo adoperare l’avverbio in questione.

L’avverbio “assolutamente” può essere adoperato:

1) in maniera assoluta, senza limitazione o restrizione:

Governare o regnare assolutamente.  

2) Decisamente, necessariamente, in ogni modo, soprattutto per dare tono perentorio o per indicare un’urgenza:

Mi oppongo assolutamente alle tue idee.

Devi assolutamente decidere quale sia la migliore soluzione.

Dobbiamo assolutamente consegnare il lavoro entro una settimana.

3) Aggiunto ad aggettivi; del tutto, completamente:

È assolutamente ingiustificato questo tipo di pregiudizio.

4) Nelle risposte, è molto comune l’uso di assolutamente da solo, cioè non seguito dalle particelle avverbiali  o no, anche se alcuni grammatici prediligono il loro uso onde evitare equivoci:

– Siete d’accordo?
 Assolutamente sì.

– Sei stanca?
 Assolutamente no.

– Sei sempre dello stesso parere?
– Assolutamente sì/assolutamente no.

Quindi, dagli esempi, possiamo dire che l’avverbio assolutamente non ha un significato positivo o negativo, ma variabile a seconda del contesto.

Arrivederci e buono studio!

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Bibliografia di base per l’elaborazione dei post:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana online

Sull’uso del vocabolo “cosa”

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi, studieremo uno dei vocaboli più usati a livello colloquiale nella lingua italiana. Sì, è lui, il famoso “cosa”. Il termine “cosa” (dal latino usa) è generico e viene usato per indicare qualsiasi entità, sia concreta che astratta, oggetto dell’intenzione di chi parla o di chi scrive, meglio determinata dal contesto in cui viene adoperato.

Molto spesso è usato per fare allusione a ciò che non si può (o non si vuole) indicare con più precisione – ho una cosa da dirti; mi puoi dare quella cosa lì?mi hai detto una cosa bruttissimale cose materiali, umane, ecc.

In frasi interrogative o esclamative serve a rafforzare o sostituire il pronome “che” – cosa vuoi da me?; cosa desidera, signora?; ma cosa mi dici mai?; cosa diavolo avete combinato?; cosa?, per dire che non si è sentito o capito quanto è stato detto dall’interlocutore, ma anche per indicare stupore o indignazione.

Una piccola lista di vocaboli ed espressioni che vengono sostitute dal vocabolo “cosa”:

a) parlare con chiarezza: mi potete dire le cose come stanno?perché non chiami le cose col loro nome?;

b) unito a un aggettivo: ogni cosa, tutto; nessuna cosa, niente; la stessa cosa, lo stesso; sopra ogni cosa (altracosa, più di tutto;

c) in particolare, oggetto materiale: mi ha regalato una cosa di valorehai visto che bella cosa ti ho comprato?;

d) al plurale: prendi le tue cose e vattene!;

e) fatto, avvenimento, situazione: ieri mi è accaduta una cosa incredibilepurtroppo, sono cose che capitano;

f) ciò che si pensa, si dice, si ascolta, si conosce, si vede: sai cosa penso?; aspetta che ti faccio vedere una cosa; ascolta questa cosa!conosci questa cosa qui?non vedo quella cosa;

g) sbagliarsi nel capire, fraintendere: ha capito una cosa per un’altra;

h) gesto, azione; lavoro, opera: quello che hai fatto non è stata una bella cosaè una delle mie cose meglio riuscitedovresti fare una cosa alla volta; abbiamo fatto le cose in grande;

i) senza preparazione né cura: di solito fa le cose come capita;

j) fam. alimento, cibo: andiamo a bere una cosa caldapreparami una cosa buona.

Diminutivo: cosetta, cosettina, cosina, cosuccia; peggiorativo cosaccia.

Nell’uso familiare e colloquiale, troviamo anche la forma maschile “coso”, che indica qualunque oggetto o persona che non si sappia o non si voglia nominare in modo proprio: cos’è questo coso?; denominazione spregiativa riguardo a persone o oggetti brutti: chi è quel coso?passami quel coso!; diminutivo cosetto, cosettino, cosino.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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Bibliografia basica per l’elaborazione dei post:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana online

STESSO e MEDESIMO – qual è la differenza?

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi, studieremo più profondamente i vocaboli “stesso” e “medesimo”, che suscitano non pochi dubbi negli studenti stranieri. Credo che sia interessante confrontarli, cosicché possiamo capire quando li possiamo usare come sinonimi (nella maggior parte dei casi) o in modo distinto.

STESSO e MEDESIMO come aggettivo

a) STESSO e MEDESIMO indicano identità rispetto a un’altra persona o cosa alla quale si è fatto riferimento, e molto spesso sono usati come sinonimi:

Es.: hanno lo stesso/medesimo insegnante; abbiamo vissuto nella stessa/medesima casa; Carla e Anna sono nate nello stesso/nel medesimo anno; sono stanca di fare lo stesso/il medesimo lavoro da anni.

b) Hanno anche valore rafforzativo quando adoperati dopo la parola a cui si riferiscono:

Es.: La legge medesima/stessa lo prevede (perfino la legge); lui è la virtù medesima/stessa (la virtù personificata).

c) Medesimo può anche essere rafforzato da “stesso“:

Es.: Si tratta della stessa medesima situazione/persona.

d) Con valore rafforzativo, vengono adoperati dopo i pronomi personali:

Es.: Il danno, purtroppo, è ricaduto su noi medesimi/stessi.

STESSO e MEDESIMO come pronome dimostrativo

In questo caso, hanno gli stessi significati dell’aggettivo e sottintendono un nome già espresso:

Es.: La persona che ha chiesto di te è sempre la stessa/medesima dell’altra volta; non ho manco una maglietta pulita, mi devo rimettere la stessa/medesima?

STESSO e MEDESIMO con valore avverbiale

a) STESSO e MEDESIMO sono usati frequentemente con valore avverbiale e hanno il significato di “proprio”:

Es.: Ti darò la risposta oggi stesso/medesimo (proprio oggi).

b) Oppure nella locuzione avverbiale “lo stesso” con il significato di “ugualmente”:

Es.: Anche se sei stanco, devi andare a lavorare lo stesso. (in questo caso non va “medesimo“)

c) Con valore enfatico, si usa spesso il superlativo:

E.s.: È sempre la stessissima situazione, ne sono stufo!

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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Bibliografia basica per l’elaborazione dei post:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana online

La paura di sbagliare e alcuni stili di apprendimento

Che scagli la prima pietra chi non ha mai avuto quella sensazione di brivido generalizzato nel momento di parlare o rispondere a una domanda fatta, per esempio, nella lingua che si crede di aver studiato bene e di conoscerne tutte le regole ed eccezioni?


Cari amici e care amiche,

Chi, a un certo punto della propria esistenza, non ha mai avuto paura di sbagliare? In realtà, la paura di sbagliare è l’altra faccia della medaglia della paura che molte persone hanno di ricevere delle critiche. Chissà quanti sogni e progetti non si sono mai realizzati semplicemente perché qualcuno ha avuto paura di sbagliare e di essere criticato. Chi non si ricorda il detto popolare “errare è umano”? Se esiste un detto del genere, significa che commettere errori è qualcosa di molto comune e inerente alla natura umana. Il problema è che molte persone, sebbene credano che commettere errori sia umano, non accettano che con loro qualcosa del genere possa succedere.

Tuttavia, questo pensiero non si applica (o non dovrebbe applicarsi) quando si tratta dell’apprendimento in generale: che scagli la prima pietra chi non ha mai avuto quella sensazione di brivido generalizzato nel momento di parlare o rispondere a una domanda fatta, per esempio, nella lingua che si crede di aver studiato bene e di conoscerne tutte le regole ed eccezioni?

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La verità è che, a un certo punto della nostra esistenza, ci è stato detto che sbagliare è l’esatto opposto di “fare la cosa giusta”, che gli errori devono essere nascosti o camuffati, ossia “gettati sotto il tappeto”. La situazione è talmente surreale che sono tanti gli studenti che chiedono scusa quando, ad esempio, commettono errori nella coniugazione di un verbo o vengono corretti, come se avessero commesso un crimine gravissimo. A mio avviso, l’errore ha una funzione pedagogica molto importante nel processo di apprendimento: se non commettiamo errori, significa che non stiamo mettendo in pratica tutto ciò che abbiamo imparato, e non mi riferisco solo all’apprendimento di una lingua straniera. Inoltre, se non commettiamo errori, ad esempio durante le lezioni, i nostri insegnanti non possono valutare se il metodo/modalità di insegnamento che stanno utilizzando funziona o è il più appropriato.

Dopotutto, siamo in questo mondo per sbagliare, imparare e fare nuove esperienze.

In tutti questi anni di insegnamento del portoghese e dell’italiano a studenti stranieri, mi sono resa conto di come loro siano sempre molto desiderosi di parlare bene, forse perché si rendono conto che la loro prestazione linguistica non ha ancora raggiunto il livello ottimale desiderato, poiché inciampano in cose che “dovrebbero ormai sapere”, nonostante abbiano studiato così duramente.

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Esiste, però, un fattore molto rilevante che molte persone non tengono in considerazione: quale sarebbe lo stile di apprendimento più efficace per ognuno di noi? Prima di rispondere a questa domanda, ne faccio un’altra: che cos’è l’apprendimento per voi? Potremmo dire che vivere è un apprendimento eterno. Ogni giorno acquisiamo nuove conoscenze attraverso le nostre esperienze quotidiane e l’educazione che abbiamo ricevuto (riceviamo) dai nostri genitori, anche a scuola quando eravamo bambini, all’università e, specialmente, quando abbiamo iniziato a far parte di altri gruppi. Quel che è certo è che dedichiamo tutta la nostra esistenza all’apprendimento.

Quindi qual è lo stile di apprendimento più efficace per ognuno di voi? Sappiamo però che è molto importante che l’insegnante renda il processo di apprendimento il più piacevole, semplice ed efficace possibile, e non importa se il pubblico è composto da bambini delle scuole primarie/secondarie o studenti universitari. Ciò che è evidente è che non tutti apprendono in modo univoco, ed è necessario accettare e rispettare queste diversità. Tale postura pedagogica aiuta, in modo significativo, l’amministrazione e l’accettazione dell’“errore” come qualcosa di necessario, sano e importante per l’assimilazione delle materie trattate e nella formazione cognitivo-intelettuale dei discenti.

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Esistono numerose classificazioni di tipologie di apprendimento sviluppate e proposte da diversi autori. Alonso, Gallego e Honey (1995), ad esempio, propongono 4 stili di apprendimento (Learning Styles), suddivisi per caratteristiche personali:

1) Attivo: le persone con uno stile di apprendimento attivo partecipano, improvvisano, incoraggiano e si lasciano coinvolgere in esperienze di apprendimento. Di solito, le loro menti sono aperte all’apprendimento di nuove materie e compiti, poiché sono sempre molto entusiasti di nuovi apprendimenti.

2) Teorico: le persone che utilizzano questo tipo di apprendimento sono più razionali, il loro modo di apprendere è ragionato in modo sequenziale. Per assimilare bene i concetti, hanno bisogno di seguire un percorso, passo dopo passo. Di solito sono persone molto critiche, analitiche, che pensano troppo prima di fare qualcosa, metodiche, perfezioniste e disciplinate, sintetizzano le conoscenze che ricevono e le integrano in teorie coerenti.

3) Riflessivo: le persone che utilizzano questo tipo di apprendimento sono analitiche, osservanti, riflessive o meditative, riflettono su un particolare argomento da tutti i punti di vista, al fine di trovare possibili soluzioni. Queste persone hanno bisogno di tempo per riflettere prima di trarre conclusioni affrettate.

4) Pragmatico: le persone che utilizzano questo tipo di apprendimento acquisiscono conoscenze dalla pratica. Di solito sono più obiettive, realistiche, concrete e amano sperimentare nuove idee per non lasciare conclusioni aperte. Per loro, più la materia studiata è concreta e utile meglio e più interessante è imparare.

Pertanto, considerando le riflessioni di cui sopra, direi che non dobbiamo dare una connotazione negativa ai nostri errori quando stiamo imparando qualcosa di nuovo, la cosa più sensata da fare è adottare (scoprire) un metodo di studio che sia in sintonia con il nostro profilo. Ultima cosa: ricordatevi sempre di ringraziare quando qualcuno vi corregge e non di chiedere scusa. Dopotutto, siamo in questo mondo per sbagliare, imparare e fare nuove esperienze.

Claudia V. Lopes

P.S.: l’elaborato scritto che avete appena letto nasce non solo a partire dalle mie esperienze lavorative e personali nel settore dell’insegnamento, ma anche dalle letture che ho fatto del materiale inerente alle materie pedagogiche del Master di I livello svoltosi presso l’università E-campus. Qualora aveste bisogno della bibliografia utilizzata dai professori delle materie, contattatemi in privato tramite affrescodellalinguaitaliana@gmail.com

Che battuta!

Ciao a tutti!

Il nostro post di oggi (molto differente degli ultimi che ho pubblicato) è sul vocabolo battuta. L’avete mai sentito o usato nei vostri discorsi? Quindi, vediamo insieme in quali contesti viene usato dagli italiani. Siete pronti?

La “battuta” può significare:

  • una frase o risposta spiritosa ed efficace – avere la battuta pronta, essere pronto e arguto nel rispondere: ti sei accorto che Carlo ha sempre la battuta pronta? (detto anche “battutina”);
  • in un dialogo teatrale, le frasi pronunciate volta per volta da ciascun attore – dare la battuta, cioè suggerirla oppure non perdere una battuta, il che significa seguire con molta attenzione: perché non hai voluto dare a me le battute migliori?; la prossima volta cerca di non perdere la battuta!;
  • ciascun colpo che si dà sulla tastiera della macchina da scrivere o del computer per battere un carattere: la nuova segretaria riesce a fare duecento battute al minuto. Il carattere che viene battuto e lo spazio che esso occupa; anche, ogni spazio di intervallo fra le parole: Teresa ha tradotto un testo di duemila battute; quanto costa tradurre una cartella da milleottocento battute?;
  • nella notazione musicale, cioè nel sistema che fissa per iscritto una composizione, una melodia o una qualsiasi idea di tale ordine, la battuta (o misura) è l’insieme di valori compresi tra due linee verticali poste sul pentagramma e chiamate stanghette;
  •  caccia a cui partecipano numerosi cacciatori, coadiuvati dai battitori e dai cani: battuta al cinghiale. Vasta azione delle forze di polizia per rintracciare o catturare persone ricercate; rastrellamento: Cosa nostra l’abbiamo battuta anche usando la «trattativa» (giornale Il Manifesto);
  • nello sport (tennis, pallavolo, ping pong), il colpo di chi mette in gioco la palla; nel baseball, rilancio della palla; nel salto, colpo battuto col piede sulla pedana di stacco. Battuta al volo, colpo dato alla palla prima che tocchi terra; battuta al salto, nella pallavolo, battuta effettuata lanciando in alto la palla e quindi colpendola con slancio e potenza dopo una rincorsa e un salto; battuta flottante, nella pallavolo, battuta effettuata colpendo la palla senza imprimerle rotazione.

Fatemi sapere nei commenti se il post vi è piaciuto!

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

Bibliografia di base per l’elaborazione dei post:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana online

San Francesco d’Assisi e il Cantico delle creature

Cari amici e care amiche,

Ieri, 4 ottobre, si è festeggiato San Francesco d’Assisi. Sapevate che è lui l’autore de “Il Cantico delle Creature” – conosciuto anche come “Il cantico di Frate sole e Sorella Luna”? Questo bellissimo componimento è considerato la prima poesia scritta in italiano. Il suo autore è Francesco d’Assisi che la scrisse nel 1226. In realtà, la poesia è una lode a Dio, alla vita e alla natura che viene vista in tutta la sua bellezza e complessità.

Basilica di San Francesco d’Assisi

San Francesco nasce ad Assisi probabilmente intorno al 1182. Dopo un giovinezza tumultuosa e dedita ai godimenti ebbe, nel 1206, una profonda crisi religiosa che lo portò a vagheggiare – e a realizzare nella sua azione – l’ideale evangelico della povertà, dell’umiltà, della penitenza, della carità per il prossimo e della completa dedizione alla volontà di Dio. È diacono e fondatore dell’ordine che prende il suo nome, cioè, dei francescani.

Il cantico delle creature
(in volgare umbro)

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke ’l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

San Francesco

Il cantico delle creature
(in italiano)

Altissimo, onnipotente, buon Signore
tue sono le lodi, la gloria e l’onore ed ogni benedizione.

A te solo, Altissimo, si confanno,
e nessun uomo è degno di te.

Laudato sii, o mio Signore,
per tutte le creature,
specialmente per messer Frate Sole,
il quale porta il giorno che ci illumina
ed esso è bello e raggiante con grande splendore:
di te, Altissimo, porta significazione.

Laudato sii, o mio Signore,
per sora Luna e le Stelle:
in cielo le hai formate
limpide, belle e preziose.

Laudato sii, o mio Signore, per frate Vento e
per l’Aria, le Nuvole, il Cielo sereno ed ogni tempo
per il quale alle tue creature dai sostentamento.

Laudato sii, o mio Signore, per sora Acqua,
la quale è molto utile, umile, preziosa e casta.

Laudato sii, o mio Signore, per frate Fuoco,
con il quale ci illumini la notte:
ed esso è robusto, bello, forte e giocondo.

Laudato sii, o mio Signore, per nostra Madre Terra,
la quale ci sostenta e governa e
produce diversi frutti con coloriti fiori ed erba.

Laudato sii, o mio Signore,
per quelli che perdonano per amor tuo
e sopportano malattia e sofferenza.
Beati quelli che le sopporteranno in pace
perché da te saranno incoronati.

Laudato sii, o mio Signore,
per nostra sora Morte corporale,
dalla quale nessun uomo vivente può scampare.
Guai a quelli che morranno nel peccato mortale.
Beati quelli che si troveranno nella tua volontà
poiché loro la morte non farà alcun male.

Laudate e benedite il Signore e ringraziatelo
e servitelo con grande umiltà.

Ascolta questa bellissima interpretazione del Cantico delle Creature

Claudia V. Lopes

Bibliografia di base per l’elaborazione dei post (grammatica):

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana online

Bibliografia di base per l’elaborazione dei post (letteratura/cultura):

  1. SALINARE, Carlo. Profilo storico della letteratura italiana, Giunti, 1991.
  2. FERRONI, Giulio. Profilo storico della letteratura italiana, Einaudi Scuola, 2008.
  3. L’Italia è cultura – Letteratura. Edilingua.
  4. Treccani enciclopedia, Sapere.it, Wikipedia
  5. Materiale del Master in Didattica della Lingua Italiana come lingua seconda/L2

Pietro Bembo e la creazione del canone linguistico-letterario in volgare

Cari amici e care amiche

Il nostro viaggio nella lingua italiana continua! Nei post precedenti, abbiamo studiato L’avvento della stampa e la tipografia di Aldo Manuzio e Pietro Bembo e la questione della lingua, nonché la sua importanza nell’Italia letteraria del cinquecento e non solo. Oggi, invece, parleremo del suo ideale di canone linguistico-letterario e dei suoi criteri per quanto riguarda le sue scelte editoriali. Prima di tutto bisogna chiarire l’idea di “canone”, avete mai sentito questo termine?

Il canone, in genere, è un insieme di regole o principi proposti come norma. In letteratura, il canone è definito come un elenco di opere e autori considerati come modelli da seguire o imitare (canone letterario).

Vi ricordate che gli ideali umanisti erano quelli di preservare i testi classici (Cicerone, Virgilio, Omero ecc.) dalla definitiva scomparsa? Pertanto, applicavano la tecnica filologica (o procedimento filologico). Anche Pietro Bembo applicò gli stessi criteri alla letteratura volgare del trecento, proponendo come modello linguistico e stilistico da seguire le opere di Petrarca, Boccaccio e Dante (in quest’ordine).

Nel 1501 e nel 1502 Bembo pubblicò a Venezia, presso la tipografia di Aldo Manuzio, le edizioni a stampa di Petrarca e Dante. Per quanto riguarda l’edizione della Commedia, il letterato veneziano si servì dell’autorevole codice Vaticano (Codex Vaticanus) 3199, contenente il manoscritto originale della Divina Commedia di Dante Alighieri, che fu donato da Giovanni Boccaccio a Francesco Petrarca.

Per l’edizione del Canzoniere di Petrarca, il cui titolo originale è Francisci Petrarche laureati poete Rerum vulgarium fragmenta (Frammenti di componimenti in volgare di Francesco Petrarca, poeta coronato d’alloro), Bembo consultò addirittura il codice Vaticano 3195, il quale costituisce ancora oggi la base fondamentale per l’edizione critica dell’opera.

Portrait of the Young Pietro Bembo - Raffael (eigntl. Rafaello Sant als  Kunstdruck oder handgemaltes Gemälde.
Pietro Bembo giovane, Raffaello Sanzio, 1506

Magari avete già intuito che non era così semplice (e non lo è tuttora) arrivare ai manoscritti originali dei testi antichi, anzi, direi che era una vera e propria impresa. Dunque, se il Bembo voleva costruire un canone linguistico-letterario affidabile da proporre come modello, doveva curare anche questi aspetti fondamentali. Infatti, l’autorevolezza dell’edizione del Canzoniere gli assicurò la possibilità di fissare un testo di riferimento, un modello da seguire/imitare e da cui ricavare una norma grammaticale.

Le mansioni di Bembo, all’interno della tipografia del veneziano Aldo Manuzio, andarono ben oltre: lui ebbe modo di rivedere, in senso toscaneggiante, molti testi in vista della pubblicazione, adeguandoli ai suoi ideali linguistici.

La prospettiva Bembiana non era solo linguistica ma soprattutto estetica, considerando che le opere di Petrarca e Boccaccio venivano additate anche come modelli stilistici e retorici: Petrarca per il linguaggio lirico, Boccaccio per la prosa. Così facendo, Bembo riuscì a trasferire il concetto umanistico di “imitazione dei classici”, come già abbiamo visto, dal dominio della letteratura greco-latina a quello della letteratura volgare del trecento. Nella concessione bembiana, la letteratura volgare aveva ormai raggiunto un livello di perfezione pari a quello della letteratura greca e latina. Quindi, il Canzoniere di Petrarca, il Decameron di Boccaccio e la Commedia di Dante rappresentavano l’apice (“le tre corone fiorentine”) della tradizione volgare e meritavano di assurgere alle vette altissime dei classici.

danteboccacciopetrarcauffizi1
Statue di Dante, Boccaccio e Petrarca nel loggiato degli Uffizi (Firenze)

Ma quali erano i criteri di equilibrio e compostezza inerenti al classicismo cinquecentesco applicati da Bembo nel momento di selezionare i testi, all’interno delle opere delle tre corone fiorentine? Il linguaggio lirico di Petrarca era armonioso, uniforme e selezionato, quindi corrispondeva pienamente ai criteri classici. Tuttavia, Bembo aveva un altro giudizio riguardo al Decameron di Boccaccio, il cui linguaggio è più svariato e articolato, presentandosi come un organismo complesso, dove convivono varietà di lingue molto distinte. Per questa ragione fu operata una selezione all’interno del testo boccacciano: la lingua da proporre come imitazione dei prosatori fu quella del Proemio, della cornice e delle novelle “tragiche” (per esempio, Tancredi e Ghismunda, IV 1), in cui lo stile sembra più sostenuto e ricercato, ben lontano e diverso dal volgare parlato presente in altre novelle. Per quanto riguarda Dante, il Bembo ebbe, invece, tantissime riserve non solo nei confronti del suo “plurilinguismo” aperto all’uso di lingue e volgari svariati ma anche del suo stile capace di oscillare da un registro elevato e aulico del Paradiso a quello basso e plebeo di alcuni canti dell’Inferno.

Per Bembo era pericoloso – considerando che la sua teoria prevedeva una connessione intima tra lingua e letteratura – tener presente anche il fiorentino vivo a lui contemporaneo, poiché, secondo lui, rischiava di corrompere la lingua “pura” degli autori del Trecento con dialettismi e neologismi. Quindi, tra gli ideali linguistici di Bembo, non è mai stato preso in considerazione il problema della comunicazione normale, quotidiana, che si dà prevalentemente per via orale. La sua proposta, ispirata ai principi del classicismo Cinquecentesco, era elitaria e abbastanza staccata dalla realtà dei problemi storicosociali, corrispondendo alle aspettative del selezionato e ristretto pubblico dei letterati italiani dell’epoca.

Ovviamente, ci furono altre tesi e proposte linguistiche il quel periodo, ma quella arcaizzante di Bembo prevarrà su tutte, dettando le leggi linguistico-letterarie nel corso del secolo XVI e dei secoli avvenire fino all’Ottocento, argomento che affronteremo nei prossimo post.

Spero che il viaggio nella lingua italiana che abbiamo fatto fin qui vi sia piaciuto.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

Bibliografia di base per l’elaborazione dei post (grammatica):

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana online

Bibliografia di base per l’elaborazione dei post (letteratura/cultura):

  1. SALINARE, Carlo. Profilo storico della letteratura italiana, Giunti, 1991.
  2. FERRONI, Giulio. Profilo storico della letteratura italiana, Einaudi Scuola, 2008.
  3. L’Italia è cultura – Letteratura. Edilingua.
  4. Treccani enciclopedia, Sapere.it, Wikipedia
  5. Materiale del Master in Didattica della Lingua Italiana come lingua seconda/L2

LO STUDIO DEI VERBI ITALIANI è già arrivato!

Libro di verbi italiani strutturato in modo dinamico che riunisce sia la teoria sia la pratica, nonché le più significative difficoltà che uno studente straniero affronta quando comincia a studiare la lingua italiana. Per esempio, troverete: c’è e ci sono, mi piace e mi piacciono, la coniugazione nei tempi composti e gli ausiliari da usare (essere e avere) in presenza dei verbi servili e così via, la concordanza dei tempi (consecutio temporum) ecc. Il presente libro è utile ad approfondire la lingua italiana per gli studenti che già ne hanno una certa padronanza. Allora, cosa aspettare a ordinarlo?

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Pietro Bembo e la questione della lingua

Cari amici e care amiche,

Nel nostro post precedente abbiamo studiato l’importanza della stampa per la diffusione del sapere in Europa, nonché il ruolo fondamentale che ebbe il tipografo italiano Aldo Manuzio per quanto riguarda le invenzioni della virgola, del corsivo tipografico e dei segni di interpunzione. Il nostro viaggio nella storia della lingua italiana continua! Oggi, invece, parleremo di Pietro Bembo e della sua importanza nell’Italia letteraria dell’epoca e della ‘questione della lingua’.

Tiziano, Ritratto di Pietro Bembo (1539); olio su tela, 94,5×76,5 cm, National Gallery of Art, Washington

Pietro Bembo (Venezia, 20 maggio 1470 – Roma, 18 gennaio 1547) fu un cardinale, scrittore, grammatico, poeta e umanista italiano. Appartenente a una nobile famiglia veneziana, fin dalla gioventù ebbe la possibilità di costruirsi una solida formazione e reputazione letteraria, non solo grazie ai contatti con l’ambiente paterno ma, soprattutto, all’amicizia con Ludovico Ariosto e alla consulenza editoriale che prestò a Aldo Manuzio. Tuttavia, il suo merito più grande è stato quello di reinventare l’italiano proponendo come modello il fiorentino antico, cioè di Dante, Petrarca e Boccaccio.

L’espressione ‘questione della lingua’ indica una disputa su quale modello linguistico adottare nella Penisola italiana; sorse in campo letterario e ebbe la sua fase più acuta all’inizio del Cinquecento, per poi proseguire con vicende alterne, almeno fino ad Alessandro Manzoni. Tuttavia, la tesi che prevalse fu quella arcaizzante di Pietro Bembo.

Nella veste di consulente editoriale di Aldo Manuzio, Pietro Bembo influenzò molte delle sue scelte sia nel campo grafico (uso dell’apostrofo e dell’accento) sia nel campo editoriale. È importante sottolineare che Bembo è stato il primo ad applicare alla letteratura volgare in fiorentino antico la tecnica filologica (o procedimento filologico) elaborata dagli umanisti. Ma di che cosa si tratta? Questa tecnica consiste nel tentare di risalire, con criteri probabilistici e linguistico-formali, alla forma originaria di un testo.

Prima della diffusione della stampa, i testi venivano copiati, appunto, dai copisti o amanuensi, una figura professionale il cui mestiere era quello di copiare testi manoscritti al servizio di privati o presso gli scriptorium (centro scrittori).

Avete mai provato a copiare una pagina di un libro o un qualsiasi testo? Vi siete accorti che tante volte sbagliamo, mangiando parole o scrivendole in modo erroneo? Questo succedeva anche ai copisti, cioè, commettevano degli errori involontari ma anche volontari (corruttela). Succedeva spesso che avessero la volontà di migliorare o chiarire un testo, e così facendo tramandavano testi non fedeli ai manoscritti originali. Dobbiamo pensare che i testi antichi che sono stati tramandati nella notte dei tempi fino ai giorni nostri sono stati copiati e ricopiati più volte, per cui anche gli errori sono stati tramandati, ed è in questo contesto che entra la tecnica filologica.

Ritratto di Jean Miélot, segretario, copista e traduttore del duca Filippo III di Borgogna.

Per gli umanisti, il latino classico aveva in Cicerone il suo modello di prosa e in Virgilio il suo modello di poesia. Dunque, anche Bembo applica gli stessi criteri alla letteratura volgare, e il suo ideale linguistico e stilistico proponeva come modelli per l’imitazione le opere di Petrarca e Boccaccio e, in subordine, di Dante; in realtà, le opere di questi autori sarebbero degne delle stesse cure filologiche di cui da tempo quelle di Cicerone e Virgilio, e anche di Omero, erano oggetto. L’idea fondamentale di Bembo era che la lingua da proporre fosse una lingua destinata ai posteri, e quindi non doveva riflettere il parlato corrente, cioè la lingua viva di quel periodo; in poche parole, la lingua che si proiettava nel futuro era letteraria. Forse adesso comincerete ad avere un’idea del perché si dice che l’italiano è una lingua letteraria.

Perché Dante, Petrarca e Boccaccio sono i padri della letteratura italiana
Dante, Petrarca e Boccaccio

Come abbiamo accennato prima, Pietro Bembo, oltre a essere amico di Aldo Manuzio era anche il suo consulente editoriale, condizione che gli permise di esprimere in pieno le sue scelte linguistiche e stilistiche. Insieme, Bembo e Manuzio realizzarono delle piccole edizioni di classici, in particolare di Dante e Petrarca. E come ci si sarebbe aspettato, questa iniziativa editoriale suscitò molte imitazioni, facendo sì che molti grammatici dell’epoca si dedicassero a restituire la lingua dei testi antichi scritti in volgare fiorentino del trecento, detto anche aureo.

Come possiamo costatare, la linea del Bembo si affermò in modo notevole, motivo per cui l’italiano che parliamo oggi è molto più vicino all’italiano del trecento che non a quello del cinquecento. Difatti, si affermò un italiano arcaizzante, molto più vicino a Boccaccio di quanto non sia a Machiavelli.

Machiavelli, le carte ritrovate
Stefano Ussi (1822–1901), «Niccolò Machiavelli nel suo studio», 1894

Spero che anche l’argomento di oggi vi sia piaciuto. Nel prossimo post parleremo dei criteri adottati dal Bembo nella scelta dei testi di Dante, Petrarca e Boccaccio come modelli di lingua da tramandare.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

Bibliografia di base per l’elaborazione dei post (grammatica):

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua. Bologna, Loescher editore, 1995.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.
  5. Dizionario Garzanti, De Mauro e Lo Zingarelli della lingua italiana online

Bibliografia di base per l’elaborazione dei post (letteratura/cultura):

  1. SALINARE, Carlo. Profilo storico della letteratura italiana, Giunti, 1991.
  2. FERRONI, Giulio. Profilo storico della letteratura italiana, Einaudi Scuola, 2008.
  3. L’Italia è cultura – Letteratura. Edilingua.
  4. Treccani enciclopedia, Sapere.it, Wikipedia
  5. Materiale del Master in Didattica della Lingua Italiana come lingua seconda/L2 (Ecampus)